Pagine

domenica 30 marzo 2014

Abolizione Senato: a chi conviene?



Approfittiamo della recente polemica tra le prime due cariche dello Stato, Matteo Renzi e Pietro Grasso, per parlare di abolizione del Senato. 

La nostra posizione in proposito è assolutamente contraria, e questo per almeno due ragioni

Innanzitutto è chiaro che abolire il Senato vorrebbe dire mettere seriamente a rischio qualsiasi speranza di vivere ancora in un Paese democratico. Amputare il Parlamento di uno dei suoi rami infatti ridurrebbe drasticamente il controllo democratico sugli atti del governo e renderebbe impossibile la nascita di un dibattito pubblico su questioni controverse e di particolare importanza. Non dimentichiamo che è proprio grazie al bicameralismo perfetto se ci siamo salvati più di una volta da leggi incostituzionali e dal sapore vagamente autoritario.

L'abolizione del Senato quindi si inquadra perfettamente nella tendenza degli ultimi anni a svuotare sempre più di significato e poteri il Parlamento, che in una democrazia parlamentare come quella italiana dovrebbe essere l'organo che rappresenta la volontà popolare. Ormai in Parlamento si vota in questo modo e non si fanno nemmeno più le leggi, dato che da Monti in poi il governo si è incostituzionalmente appropriato del potere  legislativo, sfornando decreti legge su decreti legge (come ci racconta questo articolo).  E come se non bastasse, per chiarire ulteriormente che la democrazia è un concetto ormai anacronistico, prima ci è stato impedito di andare alle elezioni in seguito alle dimissioni di Letta e poi, con l'Italicum, ci siamo visti negare per il futuro anche il voto di preferenza, e quindi la possibilità di scegliere il nostro candidato all'interno delle varie liste elettorali. 

Allora se Renzi riuscirà effettivamente ad abolire anche il Senato (che sopravviveva dai tempi dell'antica Roma) quale sarà il tasso di democrazia in Italia? Considerata la situazione attuale, descritta poc'anzi, una riforma volta a ridurre il controllo democratico del Parlamento sull'operato del governo è l'ultima cosa di cui avremmo bisogno.

La seconda ragione per cui siamo contrari all'abolizione del Senato è che, molto più semplicemente, essa è inutile. Da un punto di vista economico, il risparmio, se anche vi fosse, sarebbe irrisorio. E se invece l'obiettivo di Renzi è quello, come dice, di ridare credibilità alla politica imponendo sacrifici anche ai politici, allora la scelta di abolire il Senato non è certo la migliore. La casta politica infatti, sebbene numericamente ridotta, continuerà ad esistere, con i soliti stipendi faraonici e privilegi di cui ha sempre goduto. L'unico segnale di cambiamento possibile, e che non intaccherebbe la democrazia del nostro Paese, sarebbe quello di tagliare gli stipendi, i rimborsi e abolire i privilegi di tutti i politici. Solo così si potrebbe sperare di redimere una casta di cui ormai non possiamo sentire neppure l'odore.

E anche la tesi secondo la quale il Senato ingolferebbe la macchina statale è del tutto infondata. La verità è che quando c'è la volontà politica di fare una legge, questa viene fatta in pochissimi giorni. Quando la volontà politica invece è assente, ovviamente la legge non viene approvata. Ma in questo non c'è nulla di male, anzi, il Parlamento serve proprio a questo: a discutere su quale sia la legge migliore e approvarla, bocciando le alternative. Che poi ultimamente siano passate delle vere e proprie porcate è innegabile, ma questo accade proprio per via di una mancanza di democrazia e non per un suo eccesso. Se pensiamo che nonostante il bicameralismo perfetto sono passati decreti come il famoso Imu-Bankitalia, ci si accappona la pelle al solo pensiero di quello che potrebbero agevolmente imporci dopo l'abolizione del Senato. 

Abolire il bicameralismo non darà alcun beneficio al popolo italiano, che a quanto pare di capire dalle priorità che si è posto il governo Renzi può tranquillamente continuare a sprofondare nella miseria e nella disperazione più profonda. Eh già, perchè il buon Renzi non ha posto la questione di fiducia su misure volte a ristabilire un minimo di giustizia e solidarietà sociale in questo Paese, ma l'ha posta sull'abolizione del Senato. 

Andando oltre tutti i bei discorsi e gli slogan vuoti, quindi, sembra evidente che dare il colpo di grazia ad una democrazia ormai morente è l'unico obiettivo che persegue il nostro governo di nominati, in modo che i diktat europei possano essere finalmente recepiti con meno discussioni e, soprattutto, con un importante ostacolo in meno: il Senato.

Ancora una volta, mentre i cittadini sono disperati, la Merkel e i mercati finanziari possono dormire sogni sereni.

sabato 29 marzo 2014

Ecco perché Renzi è più pericoloso di Berlusconi




La retorica è la disciplina che si occupa di studiare ed analizzare un'ampia gamma di tipologie di discorsi pubblici, da quello etico a quello giurdico a quello politico. Tuttavia, è proprio a quest'ultimo ambito che essa rivolge maggiore attenzione, considerata la profondità dell'impatto che le scelte politiche hanno sulle vite di un vastissimo numero di individui.

In particolare, secondo Aristotele, il discorso politico deve sottostare ad una precisa etica della comunicazione, secondo la quale il logos (la componente più razionale del discorso, ovvero quella che attiene ai problemi concreti da affrontare e propone le soluzioni per farvi fronte) deve avere un'importanza preponderante rispetto all'ethos (che basa il consenso sulla personalità, l'attendibilità, la simpatia, ecc... di chi pronuncia il discorso) e al pathos (che tenta di attrarre consenso suscitando emozioni nell'uditorio). Tali regole non valgono invece, per esempio, nel discorso pubblicitario, dove è ritenuto accettabile che la razionalità sia sacrificata alle emozioni e al culto del marchio. 

Per fare un esempio, se una pubblicità afferma che un determinato yogurt è il più buono del mondo, senza però portare ragionamenti razionali a sostegno di tale tesi, nessuno dovrebbe scandalizzarsi perchè sappiamo bene che il solo fine di uno spot pubblicitario è quello di vendere il prodotto sponsorizzato. Se invece un politico si proponesse come risolutore di una crisi o salvatore della patria, ma senza portare ragionamenti razionali a supporto della sua tesi, l'uditorio dovrebbe pretendere che questi gli siano forniti, per poter essere nelle condizioni di decidere consapevolmente.

Andiamo quindi a vedere come Berlusconi e Renzi, i due grandi maghi della comunicazione politica in Italia, si approcciano al discorso politico.

Partendo da Berlusconi, fin dalla famosa scesa in campo nel '94, egli si è sempre opposto al politichese che aveva contraddistinto i discorsi politici della Prima Repubblica. La sua comunicazione si serve di parole comprensibili a tutti, non colte o volte ad impressionare gli ascoltatori. I suoi discorsi sono destinati all'individuo comune, a cui il messaggio appare immediatamente comprensibile. In questo modo Berlusconi riesce a trasmettere un senso di naturalezza e spontaneità, che però nasconde una vera e propria batteria di tecniche retoriche che adopera intenzionalmente per far presa sull'uditorio (tra queste le più frequenti sono senza dubbio l'anafora, il poliptoto e la metabole, ma qui preferiamo non dilungarci spingendoci in un'analisi troppo tecnicistica). 

Senza dubbio l'utilizzo di un vocabolario semplice e comprensibile da tutti è un fattore positivo per una politica che dovrebbe coinvolgere il cittadino. Tuttavia il discorso politico di Berlusconi si caratterizza anche per un altro aspetto: la mancata argomentazione dei temi affrontati. Si tratta di una retorica assertiva, non argomentativa. Berlusconi non tratta i pro e i contro delle questioni, ma presenta le sue tesi come le uniche valide, evitando di entrare nella problematicità delle cose. Si pensi per esempio all'identificazione dell'avversario politico come minaccia da scongiurare (il comunismo sta arrivando!) e all'invocazione del sè come guida politica degna di fiducia in quanto imprenditore economico di successo (come se le abilità negli affari fossero mezzo di prova e garanzia della capacità di assolvere un compito squisitamente politico). Questi sono elementi che Berlusconi proclama come verità scontate, da prendere in quanto tali.

Per quanto riguarda Renzi, come Berlusconi si oppone apertamente al politichese e utilizza termini più semplici e comprensibili possibili rivolgendosi direttamente al cosiddetto italiano medio. Anche Renzi inoltre riesce a trasmettere un senso di naturalezza e sponteneità che, come si è detto poco più su, nasconde l'utilizzo di precise tecniche retoriche volte a far presa sul pubblico. 

Ciò che invece distingue la retorica renziana da quella berlusconiana, e con tutta probabilità ne rappresenta un'evoluzione, è che essa non si ferma a non argomentare le tematiche proposte. Nei discorsi di Renzi infatti si fatica addirittura ad individuare quali siano le sue tesi, in quanto queste mancano di qualsiasi concretezza, trasformandosi in concetti astratti come l'ottimismo, la fiducia, la passione e la speranza. Sono questi gli unici punti fermi del discorso politico di Renzi, mentre ogni altro tema, come la necessità per un governo legittimo di passare dalle elezioni o la rottamazione mai avvenuta (vedi D'Alema), viene progressivamente abbandonato, finchè il pubblico finisce per dimenticarsene, estasiato dalla promessa dell'ultima ora. Come detto per Berlusconi quindi, anche per Renzi non si tratta di una retorica argomentativa. La grande differenza però è che nel caso di Renzi non solo non si trattano i pro e i contro delle questioni, ma perfino le questioni stesse passano in secondo piano e non vengono trattate.

A questo punto appare chiaro come sia Renzi che Berlusconi non si attengano all'etica della comunicazione prescritta da Aristotele. Ciò che però ci fa dire che con Renzi vi è stata un'ulteriore degenerazione del discorso politico, che è ormai assimilabile a quello pubblicitario, è che con Berlusconi ancora resiste la possibilità di affrontare un dibattito sui temi avanzati (se non sei d'accordo che tutti i magistrati siano comunisti, o che un buon imprenditore debba per forza di cose essere un buon politico, puoi opporti e dimostrare razionalmente che tali tesi sono infondate). Con Renzi questa possibilità invece sparisce definitivamente, perchè concetti astratti come l'ottimismo e la speranza non possono essere contraddetti o messi in discussione. Nessun ragionamento razionale può dimostrare o invalidare concetti che, per definizione, non sono razionali. E' questa la nuova e grande forza persuasiva di Renzi.

Inutile dire che un approccio alla politica come quello di Berlusconi e Renzi è incredibilmente pericoloso in un periodo di crisi ed emergenza come quello che viviamo. Oggi come non mai, infatti, sarebbe necessario affrontare i problemi reali che affliggono il nostro Paese e tentare di offrire soluzioni concrete. Deviare il discorso politico da tali questioni per spostarsi nel campo dell'ideologia e dei luoghi comuni è un vero e proprio crimine.

L'unico modo che abbiamo per costringere la politica ad occuparsi degli enormi problemi dell'Italia, e a farlo nell'interesse dei cittadini, è quello di andare oltre i bei discorsi e le belle parole. Quando sentiamo parlare i nostri politici, domandiamoci prima di tutto quali sono le tesi e le argomentazioni concrete che ci vengono proposte, abbondonando la superficialità che ha permesso e continua a permettere a personaggi di questo genere di dominare la scena politica italiana. Basta!

Dobbiamo ripristinare un controllo diretto ed effettivo sulle scelte e le azioni della politica. Solo quando le azioni sostituiranno le parole vuote e la comunicazione lascerà il posto all'informazione potremo finalmente iniziare a costruire un'Italia finalmente al servizio dei cittadini e della giustizia.

lunedì 24 marzo 2014

Che Italia lasceremo ai nostri figli?

Come saprete (se non lo sapete leggete questo articolo in cui ne parliamo), il Fiscal Compact ci obbligherà, a partire dal prossimo anno, a racimolare 50 miliardi di euro all'anno, per 20 anni. Questo anche grazie al neo-premier Renzi, che, senza alcuna legittimazione democratica, si è recentemente assunto a nome di tutti gli italiani l'impegno di rispettare il Trattato in questione.

Ma cosa comporterà, concretamente, il rispetto di simili accordi per noi e per il nostro Paese?

Per farci un'idea di ciò che ci aspetta, torniamo un po' indietro nel tempo, ma non troppo, per ricordare insieme le famigerate "lacrime e sangue" di Mario Monti, che ha impersonificato l'Europa del rigore e dell'austerity e ci ha regalato, solo per citare alcuni esempi: un aumento generalizzato dell'età pensionabile, il gravissimo problema degli esodati, un sostanzioso aumento delle tasse (in primis l'aumento dell'IVA di due punti percentuali), l'entrata in vigore dell'IMU, tagli ai posti letto negli ospedali, eccetera, eccetera...

Ma vediamo insieme la manovra in cifre. Come potete verificare a questo link, l'ammontare complessivo delle misure varate dal governo Monti era stimato a 30 miliardi: 20 miliardi da dedicare alla correzione di bilancio, "così da assicurare l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013", e 10 miliardi da destinare alla crescita e allo sviluppo. I tagli alla spesa erano stimati intorno ai 12-13 miliardi, e i rimanenti 17 miliardi costituivano l'ammontare da nuove tasse.

Non serve dilungarsi a commentare la manovra firmata Mario Monti, perchè crediamo che il lettore abbia già potuto verificare da sè gli effetti che questa ha avuto sul nostro sistema economico e sul nostro benessere, tanto che non solo grazie a queste misure non si sono raggiunti nè la benchè minima crescita nè il pareggio di bilancio, ma addirittura il rapporto debito pubblico/ PIL è aumentato, in particolare a causa del calo della domanda interna provocato dalla stessa austerity montiana.

Abbiamo voluto ricordare la famigerata manovra Monti per ragionare insieme sul fatto che questa aveva portato, tra tagli alla spesa e nuove tasse, "solamente" a 30 miliardi in più nelle casse dello Stato. E vi ricordate quando, durante il governo Letta, non si riuscivano a trovare nemmeno 4 miliardi per abolire l'Imu? In fondo erano "solo" 4 miliardi!

Ora poi è il momento dell'ennesimo Presidente del Consiglio non eletto, che per fare campagna elettorale in vista delle europee vuole trovare una decina di miliardi da distribuire a una decina di milioni di operai (essere vaghi, quando si parla dei progetti di Renzi, purtroppo è una necessità, dal momento che non è dato sapere nulla di preciso). Abbiamo già trattato in questo articolo la discussa spending review di Cottarelli, nella quale si individuano le possibili coperture per far fronte a questa manovra, e di certo non c'è da stare allegri.

Allora non possiamo che chiederci, dopo gli incredibili sacrifici che ci sono stati imposti per racimolare risorse relativamente modeste prima da parte di Monti, poi di Letta, e ora di Renzi, cosa rimarrebbe del nostro Paese dopo 20 anni di Fiscal Compact.

Forse non è ancora ben chiaro a tutti che, dal prossimo anno, dovremo trovare 50 miliardi annui da destinare esclusivamente allo scopo di ridurre il debito, ai quali chiaramente si aggiungeranno, ogni anno, le spese per interessi sul debito, che continueremo a pagare. Questo senza nulla togliere a tutti i tagli già effettuati, che, nel rispetto del pareggio di bilancio, una volta fatti verranno dati per scontati l'anno successivo, quando di conseguenza bisognerà trovare ULTERIORI 50 miliardi netti da tagliare. E così via per 20 anni.

I 30 miliardi di Monti hanno portato ai tagli e all'aumento di tasse di cui abbiamo parlato, e i 10 miliardi di Renzi aggraveranno la situazione, andando a minare ulteriormente pensioni, assegni di invalidità, sanità, dipendenti pubblici. Allora di nuovo ci chiediamo: cosa taglieranno per racimolare un totale di 1000 miliardi di euro in 20 anni? Il percorso è già ben delineato: sempre più tagli e sempre più tasse, finchè non avranno spolpato lo Stato e noi cittadini fino all'osso.

Saremo costretti a vedere completamente smantellato il nostro sistema di welfare, svendute le nostre aziende pubbliche strategiche e privatizzati servizi e beni pubblici essenziali, e tutto ciò mentre le tasse sempre più alte che pagheremo serviranno unicamente a ridurre il debito pubblico e a ripagare gli interessi.

L'unica soluzione possibile per evitare la catastrofe e preservare i diritti sociali rimasti è recedere immediatamente da questo suicidio collettivo chiamato Fiscal Compact, non c'è davvero tempo da perdere. Non siamo entrati nell'Europa e nell'euro per fare gli interessi della finanza internazionale e vedere il nostro Paese sprofondare nella miseria, è ora di cambiare rotta.

domenica 23 marzo 2014

Renzi vs Moretti: sicuri di stare dalla parte giusta?

Negli ultimi giorni si è polemizzato molto sulle controverse affermazioni dell'amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, il quale, in seguito all'annuncio di Matteo Renzi sui nuovi tagli agli stipendi dei dirigenti pubblici, ha risposto che se tale decisione venisse effettivamente presa, lui e molti altri dirigenti deciderebbero di trasferirsi all'estero o nel settore privato.

In particolare ad alzare la voce in risposta a queste affermazioni sono stati il Presidente del Consiglio, che si è detto deciso a procedere comunque ai tagli, e Diego Della Valle, noto renziano che si è addirittura lasciato andare a queste dichiarazioni contro Moretti, arrivando ad incitare gli italiani ad "accompagnarlo a casa". 

Ma siamo sicuri che questi signori parlino per amore del popolo italiano? Non è un segreto che Renzi stia facendo di tutto pur di convincerci a svendere e privatizzare quel poco che ancora abbiamo di pubblico in Italia (per esempio leggi questo e questo). Ma non è neppure un segreto che Della Valle, insieme a Luca Cordero di Montezemolo, sia proprietario di Italo, la nuova compagnia ferroviaria che da quasi due anni fa concorrenza a Trenitalia. 

Allora non è difficile ipotizzare un certo conflitto di interessi, e d'altronde la mossa di tagliare gli stipendi dei dirigenti pubblici ha poco a che fare con un revisionamento ed efficientamento della spesa pubblica. Prendendo in esame il caso di Moretti infatti, questi ha il merito di aver riportato Ferrovie dello Stato in utile di 450 milioni di euro dopo che il precedente amministratore aveva fatto registrare perdite per oltre due miliardi. E Moretti guadagna la metà di quell'amministratore, e circa quattro volte meno rispetto al suo omologo tedesco. 

Se l'intenzione è quella di rendere più competitiva un'azienda che già produce utili, e che quindi non costa nulla alla collettività, ma anzi le garantisce una rendita, la soluzione è quella di fare nuovi investimenti, non certo quella di tagliare fondi e stipendi fino a metterla in ginocchio.

Evidentemente allora l'obiettivo è esattamente l'opposto: indebolire i nostri enti pubblici strategici e direzionare i manager migliori verso il settore privato, in modo da poter dire a posteriori che la cosa pubblica è male amministrata e che quindi va privatizzata.

Qui non vogliamo dire che sia giusto che un amministratore delegato guadagni 850.000 euro l'anno mentre la stragrande maggioranza dei cittadini fatica ad arrivare a fine mese. Noi siamo per la giustizia sociale, ma pensiamo che questa debba valere in senso assoluto: sia per il pubblico che per il privato. Rendere i manager pubblici dei manager di serie B non produrrà alcun altro effetto se non quello di rendere anche le aziende pubbliche delle aziende di serie B. Riceveremo servizi sempre peggiori, dal trasporto ferroviario all'istruzione e alla sanità, finchè non saremo costretti a ricorrere al settore privato per soddisfare quei bisogni essenziali. 

Quindi se davvero si volesse fare qualcosa nel senso di garantire una più ampia solidarietà e giustizia sociale, il modo per farlo non sarebbe certo quello di tagliare gli stipendi dei manager pubblici migliori, invitandoli a cercare compensi più alti nel settore privato. L'unica soluzione possibile sarebbe quella di fissare per legge un tetto agli stipendi dei dirigenti, sia pubblici che privati, in modo che non possano essere superiori per esempio di 12 volte rispetto allo stipendio minimo pagato dalla società di appartenenza ai suoi dipendenti. Ma evidentemente, nonostante le apparenze, non era il desiderio di giustizia a guidare il nostro Presidente del Consiglio e Della Valle nelle loro dichiarazioni.

D'altronde anche solo il modo in cui questa storia è stata ingigantita e strumentalizzata dai media per giorni, nonostante stessero succedendo cose ben più importanti nel mondo, è quantomeno emblematico. Noi, come opinione pubblica, siamo costantemente strumentalizzati e manipolati grazie alla ormai comprovata logica del "mal comune mezzo gaudio". Ci costringono ad odiare un amministratore delegato che dopo essersi tagliato lo stipendio del 50% ha anche portato l'ente affidatogli in gestione da una situazione di gravi perdite ad una situazione positiva, mentre la vera casta, il vero potere e i veri problemi restano taciuti. 

Ormai ci hanno convinti che il nemico sia lo Stato, e continuano a fare di tutto pur di distruggerlo, ma ancora una volta vi ricordiamo che lo Stato siamo noi cittadini. Siamo stati noi a dargli vita nei secoli, a renderlo democratico, trovando in questa organizzazione l'unica istituzione preposta a tutelare e garantire i diritti fondamentali di tutti noi.

E' ora di smetterla di pensare che l'entità astratta "Stato" sia direttamente responsabile delle proprie inefficienze. Dietro ogni spreco e ogni tangente c'è sempre qualcuno che ne trae un profitto. E udite udite, questo qualcuno non è mai lo Stato in quanto tale, ma piuttosto un individuo, un privato (vedi caso Expo, tanto per non dover andare troppo indietro nel tempo).  Allora sarebbe stupido eliminare lo Stato solo perchè qualche soggetto privato lo sfrutta in modo illecito per i propri interessi economici, e ancora più stupido sarebbe pensare, alla luce di tutto ciò, che la panacea di tutti i mali siano le privatizzazioni. Sarebbe come curare un'emicrania tagliandosi la testa.

giovedì 20 marzo 2014

Quello che devi sapere prima di farti comprare con 80 euro

Doveva essere il governo del fare quello di Matteo Renzi, ma finora gli unici documenti prodotti dal nuovo esecutivo sono solamente delle slides, carine e fantasiose certo, ma pur sempre slides. Non un decreto legge, non un disegno di legge.

Tra gli svariati annunci e spot elettorali che si sono susseguiti nelle ultime settimane, il più sbandierato e rilevante è senz'altro quello che riguarda i famosi 80 euro in più nella busta paga di 10 milioni di lavoratori italiani a partire dal 27 di maggio (due giorni dopo le europpe, ma guarda un po').

A chi chiedeva lumi sulle coperture di tale manovra, Renzi rispondeva che sarebbe bastato aspettare qualche giorno e il piano di Cottarelli sulla Spending Review avrebbe fugato ogni dubbio. Ebbene, ecco qui il famoso piano Cottarelli, anche lui evidentemente contagiato dalla slides-mania che da qualche settimana dilaga dalle parti di Palazzo Chigi.

Questa volta però niente pesciolini rossi, ma solo numeri e grafici. In particolare il commissario alla Spending Review individua risparmi totali per 7 miliardi nel 2014, 18,1 miliardi nel 2015 e 33,9 miliardi nel 2016. Ma da dove saltano fuori queste cifre? 

Parlamentari e senatori possono stare tranquilli, i loro stipendi e privilegi ne escono illesi anche questa volta. Chi invece fa bene a preoccuparsi sono i dipendenti pubblici, dato che gli esuberi previsti ammonteranno ad almeno 85.000 unità. 

Altri tagli importanti riguardano poi quelli che Cottarelli definisce affettuosamente i "trasferimenti inefficienti", ovvero i trasferimenti alle imprese (specie trasporti e istruzione), le indennità di accompagnamento a ciechi, sordomuti e invalidi civili e le pensioni di invalidità. In totale, dai "trasfermienti inefficienti", si potranno risparmiare due miliardi quest'anno, 4,4 nel 2015 e 7,1 nel 2016. 

Altro cospicuo risparmio deriverebbe poi da tagli e risparmi su difesa, sanità e pensioni: 2,2 miliardi quest'anno, 5 l'anno prossimo e 7,9 tra due anni. In particolare a venir preso maggiormente di mira è il settore delle previdenza, ma chi percepisce pensioni d'oro non si spaventi, può continuare a far sogni sereni. I tagli riguarderanno infatti le vedove e gli orfani di guerra, di cui sarà dimezzato il peso in bilancio, e le pensioni di reversibilità (la quota di pensione che la vedova continua a percepire dopo la morte del marito). Inoltre ci sarà il blocco dell'indicizzazione all'inflazione delle pensioni, e le donne, come gli uomini, dovranno versare contributi per 42 anni, e non più per 41, prima di aver diritto alla pensione di anzianità. Della serie: volevate la parità? Pedalate.

Come al solito conviene prendersela con i più deboli, con i dipendenti pubblici, i pensionati, gli invalidi, le vedove e gli orfani. Ancora una volta il nemico è il welfare, l'istruzione, la sanità, la previdenza e l'assistenza sociale. Per l'ennesima volta l'Italia più numerosa e bisognosa è chiamata a piangere lacrime di sangue mentre la casta politica, i maxi evasori del gioco d'azzardo e chi ogni mese riscuote pensioni da 90.000€ continuano tranquillamente a bearsi dei propri privilegi. 
 
A questo punto ci chiediamo: ma Renzi crede davvero che noi italiani siamo tanto meschini e superficiali da farci comprare con 80 euro, per giunta macchiati della disperazione e dei sacrifici di anziani, invalidi e orfani, senza contare tutti i tagli allo stato sociale e ai servizi pubblici?

Noi confidiamo in un'Italia informata, che conosce i veri problemi ed è stufa di farsi prendere in giro da politici venditori e mutaforma. Noi confidiamo in un'Italia che non si lascia abbindolare dall'elemosina concessa da una casta piena di privilegi, specie se si tratta di uno spot elettorale per le prossime europee. Noi confidiamo in un'Italia unita, che pretende sovranità, giustizia e dignità. Per tutti.

martedì 18 marzo 2014

L'ultima beffa di incoeRenzi: l'incontro con la Merkel

Come saprete, Matteo Renzi è stato il nostro sesto Presidente del Consiglio consecutivo ad incontrare la cancelliera tedesca Angela Merkel dal 2005.

A questo link trovate il video della conferenza stampa tenuta appena dopo l'incontro, ma prima di entrare nel merito riteniamo utile rispolverare alcune dichiarazioni dello stesso Renzi, in primis quella del 2 gennaio 2014, quando l'allora segretario del PD sosteneva spavaldamente: "Il tetto del rapporto deficit/Pil al 3% è evidente che si può sforare: si tratta di un vincolo anacronistico che risale a 20 anni fa”.

Non più tardi del 17 marzo mattina poi, quando lo separavano solo poche ore dal fatidico incontro con la Merkel, Renzi sembrava assolutamente deciso a battere i pugni sul tavolo, tanto da dichiarare ai microfoni del TG5: "Siamo l'Italia e se l'Italia fa l'Italia non deve avere paura di nessuno"; e ancora: "E' chiaro quello che l'Italia deve fare e lo farà, e questo Paese ha il diritto di dire che questa Europa deve cambiare. Non siamo gli alunni somari da mettere dietro la lavagna".

Insomma, per i più fiduciosi i presupposti erano buoni, e ci si aspettava un atteggiamento da parte del neo-premier che fosse per lo meno critico nei confronti della posizione di subalternità e sottomissione che ormai riveste il nostro Paese all'interno dell'Unione Europea, nonchè nei confronti di parametri arbitrariamente imposti, il cui rispetto ci costringe a sempre più drastici tagli del welfare, a privatizzazioni selvagge e alla svendita di importanti quote di aziende strategiche per il Paese, al solo scopo di "fare cassa".

Per non parlare poi dei nuovi vincoli derivanti dal Fiscal Compact (per i quali rimandiamo a questo articolo), trattato che ci costringerà, a partire dal prossimo anno, a racimolare ulteriori 50 miliardi di euro all'anno, per 20 anni. Come e dove non è dato saperlo, anche se il trend è chiaro: sempre più privatizzazioni, svendite e tagli alla spesa. Insomma, le famose riforme strutturali del "ce lo chiede l'Europa", che insieme alla progressiva precarizzazione del mercato del lavoro promessa da Renzi, hanno guadagnato l'approvazione della cancelliera, ci mancherebbe, che si è detta ovviamente soddisfatta dell'incontro con il premier italiano. 

Ai toni decisi e spavaldi del pre-partita infatti (per usare il gergo calcistico tanto caro all'ex sindaco di Firenze, che tra l'altro ha omaggiato la cancelliere tedesca con la maglietta di Mario Gomez) non si sono accompagnati i fatti, dato che Renzi si è preoccupato unicamente di rassicurare la Germania e l'Europa intera del rispetto dei parametri comunitari da parte del nostro Paese. 

Riportiamo di seguito un passaggio particolarmente significativo del discorso pronunciato da Renzi in conferenza stampa subito dopo l'incontro con la cancelliera tedesca: "Noi rispettiamo tutti i limiti che ci siamo dati, a partire dai limiti del Trattato di Maastricht. Quindi l'Italia NON chiede di sforare i limiti di Maastricht. L'Italia NON vuole cambiare le regole, dando il messaggio che le regole sono regole cattive, che vengono da qualcuno fuori da noi. Le regole ce le siamo date noi, insieme, e le regole sono importanti."

Non proprio quello che c'era da aspettarsi, non trovate? Ma d'altronde Renzi ci ha abituati alle sue incoeRenze, ormai non dovrebbero più stupirci. Come non dovrebbe stupirci il tanto propagandato futuro aumento di circa 80 euro in busta paga ai lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 1500€ mensili, a partire, se va bene (perchè nessuno sa ancora esattamente da dove verranno presi i soldi), da maggio, proprio il mese delle Europee! Uno specchietto per le allodole, mentre sulle vere problematiche non si prospetta alcuna via d'uscita con il neo-premier. 

Sinceramente, vorreste farvi rappresentare in Europa da chi non prova nemmeno a rinegoziare quei parametri arbitrari che ci stanno strozzando? Da chi non vuole mettere in discussione il Fiscal Compact, con tutto quello che ne conseguirà per il nostro Paese già sull'orlo del baratro? Da chi ancora non ammette che l'euro è stato un terribile fallimento, un esperimento fatto a spese dei popoli mai consultati? Noi no.

Come ha efficacemente affermato l'economista Claudio Borghi, Renzi non è andato in Europa a sbattere i pugni sul tavolo, ma le ginocchia sul pavimento. L'Italia merita molto di meglio.

sabato 15 marzo 2014

Fermiamo il Trattato Transatlantico!

Sapete cos'è il TTIP, ovvero il Trattato Transatlantico? Probabilmente no, dato che i media italiani amano distrarci con il teatrino politico nazionale mentre decisioni fondamentali, che condizioneranno la vita di centinaia di milioni di persone, vengono prese sopra le nostre teste nel silenzio più totale. Solo recentemente, quando ormai l'argomento è talmente dibattuto che non si può più far finta di ignorarlo, sulle cosiddette fonti di informazione ufficiale è cominciato a sbucare qualche articolo come questo e questo.

Proviamo a fare il punto. Commissione Europea e Stati Uniti hanno iniziato le trattative a partire dall'estate 2013, e l'accordo dovrebbe essere raggiunto entro la fine del 2014. L'obiettivo è sempre lo stesso: creare un mercato unico, ampio e, soprattutto, libero. Il Trattato Transatlantico mira infatti ad abolire i dazi doganali e ad uniformare i regolamenti di Europa e Nord America, in modo da non avere più alcun ostacolo alla libera circolazione di merci, servizi e capitali tra i due continenti. 

Un accordo simile è stato raggiunto tra Messico, Stati Uniti e Canada, e nonostante questo abbia già causato la perdita di un milione di posti di lavoro e l'erosione costante dei salari, il Trattato Transatlantico viene presentato dai suoi sostenitori come una misura atta a promuovere l'occupazione europea e statunitense. Ma non è la perdita di posti di lavoro l'aspetto più preoccupante del TTIP, d'altronde le politiche liberiste che caratterizzano l'integrazione europea ormai da decenni ci hanno già abituati a risultati di questo tipo. 

Ciò che spaventa di più del TTIP è il modo in cui avverrà l'uniformazione delle regolamentazioni nazionali e sovranazionali, in quanto tale uniformazione, come sempre accade quando c'è di mezzo l'ideologia liberista, avverrà al ribasso. Quindi tra una norma che tutela maggiormente ambiente e cittadini, ed una che li tutela di meno, si sceglierà sempre la seconda. 

Considerando che negli Stati Uniti è possibile, per esempio, coltivare OGM e utilizzare ormoni nell'allevamento degli animali destinati all'alimentazione, non appena il Trattato Transatlantico verrà ratificato, nessuno Stato europeo potrà rifiutare che tali pratiche vengano svolte anche nel suo territorio. Stesso discorso vale per servizi essenziali come l'acqua, la sanità e l'istruzione, che in seguito a questi accordi saranno privatizzati e snaturati. E non è un segreto che le aziende statunitensi da tempo esercitino pressioni affinchè l'Europa abbassi i suoi standard sul lavoro e abbandoni il "principio di precauzione", che oggi ancora permette di reagire rapidamente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, e per la protezione dell'ambiente. Infatti, nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente, ad esempio, di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi o di ritirare tali prodotti dal mercato. Se il TTIP entrerà in vigore,  niente di tutto questo sarà più possibile.

Ma non c'è limite al peggio, quindi il TTIP prevede anche dei tribunali appositamente creati per arbitrare i litigi tra investitori e Stati, e dotati del potere di emettere sanzioni commerciali contro questi ultimi. In pratica, le multinazionali potranno denunciare a loro nome qualsiasi Paese firmatario la cui politica avrebbe un effetto restrittivo sui loro "futuri profitti sperati". In questo modo quindi le aziende potranno opporsi alle politiche sanitarie, di protezione dell’ambiente e di regolamentazione della finanza attivate in questo o quel Paese reclamando danni e interessi. 

In questo modo i tribunali nazionali, evidentemente troppo trasparenti, responsabili ed indipendenti, saranno sostituiti con un sistema corrotto, pieno di conflitti di interesse e poteri arbitrari, che opera a porte chiuse e non deve rendere conto a nessun elettorato. 

Se un simile accordo dovesse andare in porto, quel poco di democrazia che ci resta verrebbe immediatamente spazzato via. Ogni alternativa democratica verrebbe distrutta, in nome del libero mercato e dei massimi profitti. Qualsiasi politica non liberista sarebbe definitivamente messa fuori legge, e gli eletti in Parlamento non avrebbero più alcun margine di manovra. 

Ma siamo ancora in tempo per fermare questo annichilimento delle dignità e sovranità nazionali da parte della speculazione privata. Siamo ancora in tempo per difendere i nostri diritti fondamentali. Siamo ancora in tempo per dire no allo strapotere delle multinazionali. Informiamoci ed informiamo! Siamo ancora in tempo!