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mercoledì 14 maggio 2014

Di chi sono i "nostri" asset strategici?

Ricordate cosa disse il premier Matteo Renzi lo scorso 3 aprile durante un'intervista a "8 e mezzo"? Se non lo ricordate, il video che segue vi rinfrescherà la memoria:


Si parla di ENI, quella che una volta era l'Ente Nazionale Idrocarburi e che dal 1994 è una multinazionale quotata in borsa, di cui lo Stato italiano detiene appena il 30% delle azioni. Ma a dirci cos'è veramente l'ENI ci pensa lo stesso Matteo Renzi: "ENI è un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di intelligence. Cosa vuol dire intelligence? I servizi, i servizi segreti. E' un pezzo fondamentale della nostra credibilità nel mondo". Eh sì, avete capito bene: le nostre politiche energetiche, estere e di intelligence sono in mano ad una multinazionale privata. Parola del Presidente del Consiglio. 

Lo Stato italiano comunque, dopo la privatizzazione di ENI, ha conservato dei poteri speciali, tra cui il più rilevante è probabilmente quello di poter nominare 5 dei 9 componenti del Consiglio d'Amministrazione della società. Ma siamo sicuri che questo basti a far sì che le strategie di ENI siano coerenti con i fondamentali obiettivi nazionali di politica energetica, estera e di intelligence? Questa recentissima notizia non lascia molto spazio ai dubbi: l'assemblea degli azionisti di ENI, in data 8 maggio 2014, ha bocciato il "requisito di onorabilità" proposto dal governo, con tanto di applausi. 

In pratica, con il "requisito di onorabilità" si voleva mettere nero su bianco che chi è giudicato colpevole (anche solo in primo grado) di reati di carattere societario o contro la pubblica amministrazione, non può essere scelto come amministratore e, se viene condannato mentre è in carica, deve dimettersi. Ma perchè mai un azionista, che per definizione è interessato unicamente al proprio profitto, dovrebbe accettare una clausola simile? E perchè mai, sempre lo stesso azionista, dovrebbe accettare strategie utili all'interesse pubblico italiano, ma in contrasto con i propri interessi economici? Questo non avverrà mai, e ne è emblematica dimostrazione il caso del "requisito di onorabilità", sul quale tra l'altro non stupisce l'accanita opposizione dell'Amministratore Delegato uscente Paolo Scaroni, guarda un po' già condannato per tangenti nel '96, per aver inquinato il territorio del delta del Po con l'Enel nel 2011 e nuovamente per tangenti nel 2013. Di onorabile, in tutto questo, effettivamente cogliamo ben poco.

A questo punto lo scenario che si apre davanti ai nostri occhi è inquietante a dir poco. In pratica, le nostre politiche estere, energetiche e di intelligence sono in mano a degli azionisti privati, che possono porre il veto su decisioni fondamentali per l'interesse pubblico se temono che queste decisioni possano arrecare danni ai propri profitti. Come possiamo pensare che il governo possa effettivamente promuovere, per esempio, una politica di riconversione energetica dal fossile alle rinnovabili se non è neppure in grado di far applicare un elementare principio etico come il "requisito di onorabilità"? La gravità di tutto questo è innegabile, ma forse colpisce ancor di più il fatto che il nostro Presidente del Consiglio sembri convinto di poter contare su ENI per portare avanti le proprie politiche energetiche, estere e addirittura di intelligence, trascurando che invece ENI risponde unicamente alle logiche di profitto dei propri azionisti. Si tratta di ignoranza pura, oppure Renzi vuole subdolamente convincerci di avere sotto controllo un pezzo tanto nevralgico del nostro patrimonio pubblico come ENI? Tra le due non sapremmo scegliere la meno peggio.

L'unica certezza che abbiamo è che non possiamo permettere al mercato di gestire a proprio piacimento asset strategici, fondamentali per il nostro Paese, come ENI, Enel, Poste e Finmeccanica, o di appropriarsi di beni e servizi pubblici essenziali come l'acqua, l'istruzione e la sanità. Non possiamo permettere la ripetizione di un ulteriore scandalo Telecom, che ci condannerà per sempre all'arretratezza tecnologica mentre il resto del mondo si digitalizza. Per non parlare poi del caso Bankitalia, che fino a poco fa si riteneva essere un Istituto di diritto pubblico solo formalmente privato, ma che ora tende sempre più, soprattutto in seguito al famoso decreto Imu-Bankitalia, ad assumere le sembianze di una società per azioni privata a tutti gli effetti. 

Il primo passo non può che consistere nel riappropriarci delle sovranità politica, economica e monetaria, ormai tristemente privatizzate anch'esse in quanto sottomesse a mere logiche di mercato. Questi strumenti, necessari tra le altre cose per riprendere il controllo dei nostri asset strategici, devono tornare nelle mani dello Stato, che a sua volta deve tornare nelle mani dei cittadini prima che sia troppo tardi. Qui non si tratta neanche più di liberismo o statalismo, destra o sinistra, buoni o cattivi. Dobbiamo superare tutte queste barriere e far fronte comune per riappropriarci delle nostre ricchezze. Si tratta del nostro futuro, sia come individui che come Paese, si tratta di cosa lasceremo alle prossime generazioni di italiani.

martedì 13 maggio 2014

PROPAGANDA RAI: gli spot pro Unione Europea

Quelli che potete vedere qui sotto sono due dei discussi spot pro-Europa andati in onda sulla Rai prima nel mese di aprile, poi perfino in questi giorni, in piena campagna elettorale per le elezioni europee (gli altri spot li potete trovare a questo link):



Se ci fate caso, al termine dei video, sotto il logo della Rai vediamo scritto: "di Europa, si deve parlare". Niente in contrario, anzi! Per troppi anni si è cercato di eludere il dibattito sull'argomento, etichettandolo come populista, complottista, semplicista, e così via, ignorando, tra gli altri, anche i pareri di svariati Premi Nobel critici verso il processo di integrazione europea portato avanti da Bruxelles (per esempio il Nobel per l'economia Paul Krugman si è espresso così sull'euro e sulla situazione italiana). Ma oggi che l'opinione pubblica si rivela sempre più sensibile e insofferente verso questa Europa, evidentemente anche la nostra unica emittente televisiva pubblica si è resa conto che non è più possibile far finta che l'argomento Europa non esista. Il problema è che ne parla, sì, ma a senso unico!

E' mai possibile infatti che in nessuno di questi video siano riportate le posizioni degli euroscettici? Gli ultimi sondaggi (per esempio questo) riportano che addirittura il 70% degli italiani si definiscono "eurocritici" e ammettono di avere sempre meno fiducia in quell’Unione che solo 10 anni fa era vista come un’occasione di sviluppo e cooperazione internazionale. Non c'è quindi da stupirsi se il presidente di vigilanza Rai, Roberto Fico del M5S, abbia presentato un quesito alla Rai proprio su questo tema. Qui ne riportiamo un passaggio: "Questi messaggi sembrano però sottoporre all’attenzione dello spettatore la validità del solo modello europeo esistente, non prospettando altre visioni e non riportando le posizioni critiche sull’assetto comunitario vigente." (Potete trovare qui l'intervento completo)

Il punto fondamentale è che la Rai è una rete televisiva pubblica, a cui paghiamo un canone per essere informati a dovere, in maniera imparziale, e non certo per subire un lavaggio del cervello a favore di euro ed Europa, e di conseguenza a favore dell'unica forza politica influente che continua a difendere questo sistema (il PD). L'informazione che ci viene quotidianamente trasmessa invece è tutto fuorché imparziale, come abbiamo potuto notare anche dalla censura effettuata dalla Rai stessa a un frammento dell'intervento a Ballarò dell'eurodeputata tedesca Ska Keller, in cui questa sosteneva che fuori dall'euro la Germania perderebbe posti di lavoro perchè nessuno comprerebbe più i carissimi beni tedeschi (per l'articolo completo, clicca qui). 

Per queste ragioni ci sembra una presa in giro, per non dire una truffa, quando, appena sotto alla scritta "di Europa, si deve parlare", ne leggiamo un'altra che recita: "per informare, non influenzare". La censura e la diffusione di spot celebrativi sono strumenti tipici della propaganda e la Rai ne sta evidentemente facendo largo uso. Per difendere questa Europa, l'euro e più in generale lo status quo, oltretutto finanziandosi con i nostri soldi.

Come abbiamo spiegato in questo articolo, c'è una corrente di pensiero molto diffusa che ha preso le mosse dal pubblicitario Edward Bernays all'inizio del XX secolo e che riguarda proprio l'uso della propaganda per manipolare le masse. Questa teoria sostiene la non affidabilità delle opinioni del cosiddetto "uomo della strada", ovvero il cittadino comune, e afferma quindi la necessità di manipolarlo ed indirizzarlo, tramite mezzi propagandistici che fanno leva sui suoi desideri e sulle sue paure inconscie, verso scelte decise dall'alto. Così, gli spot pro Europa mandati in onda dalla Rai a ridosso delle Europee sembrano ricalcare perfettamente questa logica. I vincoli, le politiche di austerità, le sanzioni, la sovranità monetaria e politica tolta agli Stati membri, i devastanti Fiscal Compact, TTIP, Fondo di Redenzione europeo, l'Unione Bancaria europea, il disastro sociale in Grecia, i suicidi e la disperazione, tutte questo viene completamente occultato. Al suo posto ci viene presentata una visione idilliaca, in perfetto stile spot Mulino Bianco, in cui l'Unione Europea è "uno spazio di pace e democrazia... un esperimento mai tentato prima e ancora in corso, per continuare a contare nel mondo." Nessun riferimento, ovviamente, al fatto che tutte le decisioni importanti in Europa vengono prese sopra la testa dei popoli, mai consultati; nessun riferimento alla guerra finanziaria e commerciale in atto e nessun riferimento alle cosiddette missioni di pace in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, ecc. Evidentemente allora il fine che si tenta di perseguire tramite questi spot non è quello di informare, bensì quello di persuadere, di convincerci che questa Europa costruita senza mai ascoltare i popoli sia effettivamente quella che tutti sogniamo.

Nascondendo i fatti, proponendo un'immagine a senso unico, fatta di sorrisi e gioia, il sistema tenta disperatamente di autoconservarsi e di delegittimare ogni voce di dissenso, a maggior ragione oggi che siamo a un passo dalle fondamentali elezioni europee del 25 maggio. Ma per fortuna tutti ormai abbiamo modo di informarci autonomamente, e se la Rai ci nasconde completamente ciò che non fa comodo a certi poteri, non per questo noi ne ignoriamo l'esistenza. Cara Rai, rassegnati: quei tempi sono finiti.

sabato 10 maggio 2014

Uscire dall'euro? Il problema è solo uno


In questo post vi avevamo raccontato dell'eurodeputata tedesca Ska Keller, che nell'ultima puntata di Ballarò non si è fatta alcun problema ad ammettere che effettivamente l'euro dà immensi benefici all'economia tedesca e che un'eventuale uscita dell'Italia dalla moneta unica causerebbe una drastica riduzione delle esportazioni tedesche, in favore di quelle italiane. Insomma, uscire dall'euro sembra ormai la mossa più scontata che l'Italia possa fare, come tra l'altro sostengono numerosi premi Nobel e docenti universitari italiani e stranieri. In questo articolo vedremo proprio quali sono i principali vantaggi di cui beneficeremmo in seguito a tale decisione, confutando tutti quegli scenari apocalittici che ci vengono quotidianamente propinati dalla nostra cara stampa di regime. 

Innanzi tutto bisogna considerare che l'euro è lo strumento per mezzo del quale l'Unione Europea può imporci di attuare le sue politiche di austerity, che consistono in sempre più tasse e sempre meno spesa pubblica. Le conseguenze di queste politiche le viviamo sulla nostra pelle, la loro dannosità è già stata ampiamente dimostrata (per esempio da questo studio) ed è ormai sostenuta da qualsiasi economista onesto (noi ne parlammo in questo post che vi invitiamo a rileggere), quindi evitiamo di tornare sull'argomento in questa occasione. Il punto fondamentale da tener presente però è che solo uscendo dall'euro avremmo la possibilità di stabilire autonomamente le politiche economiche, monetarie e fiscali del nostro Paese in modo da direzionarle verso il soddisfacimento dell'interesse pubblico di tutti i cittadini. Finché non riacquisteremo la nostra sovranità saremo invece costretti ad attuare quelle politiche manifestatamente a favore della finanza e contro i più elementari diritti umani e sociali dell'uomo.

L'argomento appena richiamato dovrebbe essere di per sé già abbondantemente sufficiente a risvegliare lo spirito critico, o perlomeno l'istinto di sopravvivenza, dei più. Tuttavia, il torpore mediatico al quale siamo incessantemente sottoposti esercita sulle nostre coscienze un potere che non finirà mai di stupirci (sull'argomento è fondamentale la lettura di questo articolo), quindi andiamo a vedere quali sono gli altri benefici concreti che otterremmo dall'uscita dall'euro.

Dovete sapere che l'euro è a tutti gli effetti una moneta estera e quindi essa non è affatto commisurata alle dimensioni e allo stato dell'economia italiana. Proprio per questo, il primo e più immediato vantaggio che si otterrebbe dal ritorno ad una valuta nazionale (d'ora in poi supporremo si chiami Lira) è che questa si adeguerebbe automaticamente, per mezzo del meccanismo della domanda e dell'offerta, alla nostra economia. A questo punto gli economisti da talk show diranno: "Ah, ma è scorretto, son buoni tutti a svalutare!". Beh, a questi vorremmo far notare che svalutazione e rivalutazione sono due facce della stessa medaglia, e la svalutazione della Lira non sarebbe affatto arbitraria come vorrebbero farci credere, bensì sarebbe causata dai naturali andamenti di quello stesso libero mercato che normalmente difendono a spada tratta. L'unico meccanismo arbitrario in realtà è proprio quello dei cambi fissi, che ci è stato forzosamente imposto tramite l'euro e che impedisce alle singole monete di adeguarsi all'economia che di volta in volta si trovano a rappresentare. 

Chiarito questo importante punto, andiamo a vedere come questa svalutazione della Lira potrà concretamente darci dei vantaggi. In primo luogo una Lira svalutata del 20% rispetto all'euro determinerebbe una corrispondente riduzione del 20% del nostro debito pubblico, dato che potremmo ridenominarlo nella nuova valuta. Va da sè che ciò porterebbe poi ad una riduzione della spesa per interessi, anche e soprattutto grazie al fatto che non dovremmo più andare a bussare ai mercati con il cappello in mano, ma avremmo una nostra banca centrale che si comporterebbe da prestatrice di ultima istanza. Tutti questi soldi risparmiati potranno finalmente essere investiti in qualcosa di produttivo e di utile per la collettività. Va poi aggiunto che dalla svalutazione non deriverebbe alcuno svantaggio per gli italiani che detengono titoli del debito pubblico, al contrario di quanto si sente dire nei salotti televisivi. Il potere d'acquisto di quei titoli infatti resterà del tutto inalterato. Gli unici che ci rimetterebbero qualcosa sarebbero le banche tedesche e francesi in possesso di titoli di Stato italiani, ma ce ne faremmo una ragione. Anzi, considerando i danni che quelle stesse banche hanno causato al nostro tessuto sociale e imprenditoriale, un taglio di solo il 20% del debito sarebbe fin troppo generoso nei loro confronti. 

In secondo luogo una Lira svalutata del 20% renderebbe molto più competitive le nostre esportazioni. Dall'oggi al domani infatti i nostri prodotti verrebbero a costare il 20% in meno ed è facilmente intuibile come questo determinerebbe un fortissimo aumento delle vendite. Tra l'altro l'aumento delle esportazioni non sarebbe dovuto esclusivamente alla svalutazione della Lira, ma anche al fatto che uno Stato dotato di sovranità economica e politica può investire nell'innovazione e nello sviluppo, determinando un miglioramento anche della produttività e della qualità dei prodotti. E' evidente quindi come il combinato di questi due fattori darebbe vita ad un vero e proprio boom delle esportazioni, che comporterebbe a sua volta la nascita di moltissimi posti di lavoro.

Lo stesso discorso può essere ripetuto pari pari anche per quanto riguarda il turismo. Dall'oggi al domani un soggiorno in Italia per uno straniero verrebbe a costare il 20% in meno, e considerando anche l'immenso patrimonio artistico, storico e culturale di cui siamo dotati ciò porterebbe automaticamente ad un boom del turismo nel nostro Paese. Anche qui vale poi il discorso sulla sovranità economica e politica, in quanto fuori dall'euro lo Stato potrebbe investire sui servizi turistici e sulla conservazione del nostro patrimonio, restituendogli finalmente la dignità che merita. Tutto ciò, ancora una volta, determinerebbe anche la nascita di moltissimi nuovi posti di lavoro. 

Riguardo agli argomenti appena presentati, il terrorismo mediatico di solito minaccia che sì le esportazioni aumenteranno, ma che allo stesso tempo sarà più costoso per noi importare dall'estero i prodotti che ci servono. A tal proposito iniziamo subito con il dire che favolette tipo "il prezzo della benzina si moltiplicherà di 7 volte!" sono, per l'appunto, favolette. In  questo post del professor Bagnai, docente di politica economica presso l'Università D'Annunzio di Pescara, si spiega infatti come ad una svalutazione del 20% della Lira corrisponderebbe un aumento del prezzo della benzina alla pompa del 6%. Nulla se paragonato all'aumento del 20% che è avvenuto tra gennaio 2011 e dicembre 2012 sotto la "protezione" dell'euro. Per il resto, gli altri prodotti importati dall'estero effettivamente potrebbero venirci a costare circa il 20% in più, ma questo oltre a non essere un fatto necessariamente dannoso, non è nemmeno necessariamente vero. E' capitato ben più di una volta infatti che importanti imprese pur di non perdere un mercato ampio come quello italiano abbiano deciso di abbassare i prezzi pur di continuare a venderci i loro prodotti. Inoltre, se i prodotti importati venissero a costare più di quelli italiani, probabilmente preferiremmo andare a visitare Roma piuttosto che Berlino e comprare latte italiano piuttosto che tedesco. Ne guadagneremmo in salute, in qualità e, ancora una volta, in nuovi posti di lavoro. 

Infine, per quanto riguarda l'energia, effettivamente quella siamo obbligati a comprarla all'estero e ci verrebbe a costare un 20% in più, ma ciò non determinerebbe assolutamente l'iperinflazione di cui sicuramente avete sentito parlare spesso con esempi particolarmente coloriti (c'è addirittura chi sostiene che dovremmo andare a far la spesa con la carriola, poveri noi). L'aumento del costo dell'energia infatti, considerato il boom delle esportazioni e che non saremmo più obbligati all'austerity, potrebbe essere tranquillamente compensato da una corrispondente diminuzione dell'accise e dell'IVA in bolletta (misure che sarebbero in ogni caso obbligate nel Paese con la più alta pressione fiscale al mondo). Quindi l'aumento del costo dell'energia che importiamo sarebbe assorbito dallo Stato, senza gravare sulle bollette di cittadini e imprese italiane. Anche in questo caso inoltre vanno considerati i vantaggi di medio periodo associati al riottenimento della sovranità politica ed economica. Fuori dall'euro infatti potremmo finalmente dare il via ad una manovra di riconversione energetica che punti realmente sulle rinnovabili e che ci conduca verso l'indipendenza energetica, caratteristica essenziale per qualsiasi Paese sovrano. A tale riconversione ovviamente andrebbe poi affiancato un effettivo finanziamento della ricerca, ed è evidente quindi come anche in questo caso i nuovi posti di lavoro sarebbero tantissimi.  

Insomma, a conti fatti dall'uscita dall'euro abbiamo tutto da guadagnare e nulla da perdere. Da una parte, restando nell'euro, ci aspetta uno scenario fatto di sempre più tasse e tagli e di sempre meno lavoro e diritti (a questo proposito vi consigliamo di leggere questo articolo sul Job Act di Renzi). Dall'altra parte, con la nuova Lira, potremmo finalmente riappropriarci del diritto di avere uno Stato che faccia lo Stato, ovvero di uno Stato che tuteli prima di tutto gli interessi e il benessere dei propri cittadini.

Anzi, in effetti per tutti coloro che preferiscono disinteressarsi alla politica e delegare ogni scelta, un problema forse ci sarebbe in caso di uscita dall'euro: purtroppo per loro a quel punto la responsabilità di decidere come cambiare questo Paese sarà solo nostra, di ognuno di noi, e non potremo più limitarci alle lamentele e al vittimismo. La sovranità infatti, per quanto fondamentale, è solo uno strumento. Se non la esercitiamo noi come popolo, come cittadini, allora continuerà a farlo qualcun'altro, ma non aspettiamoci che lo farà nei nostri interessi. 

La sovranità lasciata alla politica ha creato corruzione, clientelismo, collusioni mafiose e quant'altro. La sovranità lasciata alle banche ha creato l'euro, il Fiscal Compact, il MES, l'austerity e quant'altro. Ecco perchè fuori dall'euro sarà necessario che ognuno di noi si informi e partecipi attivamente alla politica, controllando i propri rappresentanti nelle istituzioni e formandosi uno spirito critico che gli permetta di avere una propria opinione sui temi principali.

In fondo, se ci riflettete, poter finalmente decidere consapevolmente del proprio Paese e della propria vita è quanto di più stimolante e appagante potrebbe capitarci, oltre ad essere l'unica alternativa alla dittatura. 

venerdì 9 maggio 2014

CLAMOROSO: un'eurodeputata tedesca ammette l'euro-trappola e la Rai censura!

Ascoltate attentamente questo breve spezzone di intervista all'eurodeputata tedesca dei Verdi Ska Keller, tratto dall'ultima puntata di Ballarò:


Ora ascoltate invece lo stesso video caricato dal canale youtube della Rai:


Ci rendiamo conto? In meno di un minuto di video abbiamo assistito a ben due fatti gravissimi. Da un lato abbiamo la dichiarazione della Keller, che addirittura ambisce alla guida della Commissione UE, che ammette candidamente che la Germania, senza la moneta unica, perderebbe moltissimi posti di lavoro nel settore delle esportazioni perchè nessuno mai comprerebbe più i carissimi prodotti tedeschi, come riporta anche questo articolo di Libero. E' proprio questo il motivo per cui la Germania sta cercando in tutti i modi di impedirci di uscire dall'euro, per esempio con l'istituzione del Fondo di Redenzione europeo (di cui abbiamo parlato qui), per proteggere l'industria tedesca ai danni di quella, ormai devastata, italiana. Dall'altro lato poi abbiamo la Rai, rete televisiva pubblica a cui paghiamo un canone per essere debitamente informati, che dimostra di essere tutt'altro che indipendente e neutrale, andando addirittura a censurare, a pochi giorni dalle europee, una dichiarazione di tale gravità. Ma se dalla Germania ce lo si poteva aspettare, perchè la Rai dovrebbe mentire così spudoratamente agli italiani su un tema tanto delicato e nevralgico? Ricordiamo, per la cronaca, che l'unico partito influente pro moneta unica rimane il PD, che tra l'altro è lo stesso partito che ci fece entrare in questa trappola con il Governo Prodi. Lasciamo a voi le considerazioni su questo.

Ma andiamo adesso a spiegare brevemente perchè effettivamente la Germania trae enormi vantaggi dall'euro, anche a nostre spese. Come  avevamo approfondito in questo articolo, l'euro ha influito in modo tragico sulla competitività delle aziende italiane, perchè il cambio fisso impedisce all'automatico meccanismo riequilibratore della svalutazione del cambio (che non è arbitraria, ma determinata dal mercato) di compensare cali nelle esportazioni grazie a un deprezzamento della valuta. Non bisogna poi dimenticare che l'euro è una moneta più forte della nostra vecchia lira, ma più debole del vecchio marco, quindi costituisce per la nostra economia una rivalutazione, e per l'economia tedesca una svalutazione, entrambe costanti data la fissità del cambio. Ciò ha comportato un aumento di competitività dei beni tedeschi, che prima dell'euro erano spesso troppo cari per le nostre tasche. Un cambio fisso molto favorevole alla Germania le ha permesso quindi di incrementare enormemente le esportazioni, soprattutto verso gli altri Paesi dell'Unione Europea, grazie al mercato unico. 

Il mercato unico è il mercato interno dell'Unione Europea istituito nel 1993. Spesso ci è stato presentato quasi esclusivamente in una delle sue quattro dimensioni, cioè la libera circolazione delle persone all'interno dell' Unione Europea. Bisogna però sapere che nei corsi di Diritto dell'Unione europea, questa dimensione viene presentata come quella marginale rispetto alle altre tre: libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali. In particolare, la libera circolazione delle merci è il punto cardine e caratteristico del mercato unico europeo, che non consente agli Stati alcun tipo di limitazione, dazio o barriera doganale nei confronti di prodotti provenienti da uno qualsiasi degli altri Stati membri. 

L'incredibile competitività acquisita dai prodotti tedeschi con l'euro, insieme al mercato unico che permette alla Germania di inondarci letteralmente e senza limitazioni con i suoi prodotti, sta distruggendo il nostro tessuto manifatturiero e la nostra domanda interna. Siamo spesso abituati a pensare che i prodotti tedeschi siano più di qualità dei nostri, e spesso è veramente così, almeno in ambito automobilistico, meccanico ed elettronico. Il problema è che prima dell'euro i nostri prodotti, seppur qualitativamente inferiori, costavano meno rispetto a quelli tedeschi, quindi c'era un gran numero di persone che li comprava. Con l'euro invece, a parità di prezzo, comprensibilmente il consumatore sceglie il prodotto più di qualità. Ciò causa un crollo della nostra domanda interna a favore delle importazioni, che a sua volta comporta la chiusura di aziende italiane, la conseguente perdita del lavoro dei dipendenti e quindi un ulteriore calo della domanda interna, in un circolo vizioso senza fine.

Teniamo presente poi che a causa dei rigidi vincoli europei non è possibile per l'Italia investire in innovazione e tecnologia, perchè non è possibile per lo Stato investire in generale. Questo perchè deve tendere al pareggio di bilancio, oltre che, dal prossimo anno, ridurre il debito di 50 miliardi di euro all'anno. Tra l'altro non è dato sapere come e dove potremo trovare questi soldi, dal momento che la pressione fiscale è già alle stelle, e anche in quanto a tagli la situazione non è delle più rosee (per approfondire sul tema del Fiscal Compact, puoi trovare qui e qui articoli in cui ne abbiamo parlato). Al contrario la Germania, che continua ad accumulare surplus commerciali proprio per i motivi legati al cambio fisso di cui abbiamo già parlato, può permettersi di investire in ricerca e sviluppo per cifre ben oltre la media europea (2,6% del PIL contro l'1,9% della media europea) e quindi incrementare ulteriormente lo squilibrio tra forze produttive.

L'unico modo per cercare di riacquisire un briciolo di competitività in questo sistema rimane quindi agire sul costo del lavoro per le imprese, abbassando il più possibile i salari e riducendo al minimo i diritti dei lavoratori. Va chiaramente in questa direzione il Decreto Poletti di Renzi, che porta ad una legittimazione del precariato senza precedenti nel nostro Paese. Abbiamo evidenziato in questo articolo le tragiche conseguenze a cui andiamo incontro con questi provvedimenti, verso una lotta tra poveri che ci spingerà ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi retribuzione, indipendentemente da interessi e predisposizione personale, con un orizzonte temporale limitato al massimo a tre anni, al termine dei quali ricomincerà la guerra con l'esercito di disoccupati, tutti disposti ad accettare qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. Siamo con l'acqua alla gola, e la disoccupazione non calerà affatto legittimando il precariato a vita.

Ormai rischiamo di essere ripetitivi, ma è evidente che in questo sistema non potremo mai più risollevarci. Rimanere in Europa ha senso solo se questa deciderà di ristabilire i valori di una comunità, in cui i popoli si aiutano tra loro, non si fanno la guerra. Se non è combattuta con bombe e pallottole, ma a colpi di spread, vincoli e sanzioni è pur sempre una guerra, e dobbiamo renderci conto che troppe persone già ne hanno fatto le spese. E andrà sempre peggio se non pretendiamo che questa Europa, che ha deciso un'Unione monetaria insensata quando ancora non è nemmeno lontanamente un'Europa politica di comunione tra i popoli, cambi, e in fretta. Perchè altrimenti l'unica soluzione, peraltro auspicabile, è certamente riacquistare la nostra sovranità nazionale uscendo dall'euro. Non dobbiamo dimenticare che l'Italia, pur martoriata sia da una classe politica di disonesti che da un'Europa portatrice di rigore e morte, è sempre l'Italia, il terzo finanziatore dell'Unione Europea, la nona potenza mondiale. Abbiamo eccome voce in capitolo. Il 25 maggio facciamoci sentire.


martedì 6 maggio 2014

Verso la Grecia: il consiglio di Monti per le Europee

In vista delle elezioni europee di maggio torna a farsi sentire anche l'ex Presidente del Consiglio, nonchè ex dipendente della nota banca d'affari americana Goldman Sachs, Mario Monti. In questa breve intervista concessa al Fatto Quotidiano, il capo del governo che ratificò il Fiscal Compact (quel trattato europeo che ridurra l'Italia così) ci ricorda, ancora una volta, quanto siano demagogiche e inconsistenti le minacce di chi vuole convincere il popolo italiano ad accettare in silenzio l'euro e la totale privazione di ogni sovranità.


Con occhi lucidi e il cuore in mano, Monti afferma che uscire dall'euro sarebbe il più grande regalo che si potrebbe fare a tutti quei politici inconcludenti e troppo costosi che ci hanno trascinati nell'attuale disastro economico e sociale che affligge l'Italia. In pratica, siccome i problemi dell'Italia sono sempre stati la corruzione, il clientelismo e la pigrizia della classe politica, allora l'euro e i rigidi vincoli che ne derivano non solo sono necessari, ma sono la nostra unica chance di ottenere giustizia e crescita economica.

Questo discorso però fa acqua da tutte le parti, tanto che non sappiamo da dove cominciare per elencarne le incongruenze con la realtà. Nel dubbio inziamo con il dato economico, che per sua natura non è confutabile. Il grafico che segue è preso in prestito dal blog del professor Bagnai, docente di Politica Economica presso l'Università D'Annunzio di Pescara, e ci racconta la crescita dell'economia italiana, al netto dell'inflazione, dal 1862 al 2013:


Guardate cosa accade alla linea blu dal 2002, ovvero dall'introduzione dell'euro: un tonfo che ha portato la crescita sotto lo 0, e questo ben prima della crisi finanziaria del 2008. Basta questo semplice grafico quindi a confutare il legame individuato da Mario Monti tra l'euro e la crescita dell'economia italiana. Per non parlare poi di come l'euro sta rendendo infinita una crisi che nel resto del mondo è finita da un pezzo, continuando ad imporci politiche di austerity mentre basterebbe che lo Stato ricominciasse a spendere a deficit per risollevare le sorti della nostra economia e per ridare una speranza a milioni di cittadini. Quindi l'euro non solo ci ha resi molto meno competitivi e non ci ha dato benefici sul piano della crescita, ma addirittura ci costringe ad attuare politiche economiche e fiscali che vanno nel verso opposto.

Appurato questo, se ancora ce ne fosse stato bisogno, passiamo a confutare l'affermazione di Monti secondo la quale l'euro diminuisce i costi della politica e rimette in riga la casta. Se ciò fosse vero negli ultimi 12 anni avremmo dovuto assistere a tagli su tagli ai privilegi dei politici, ai loro stipendi, ai finanziamenti pubblici ai partiti e così via, ma voi avete mai sentito nulla del genere? Certo che no. E poi, sempre se quanto detto da Monti fosse vero, negli ultimi 12 anni avremmo dovuto vedere una schiera di politici corrotti, corruttori, evasori o legati alla mafia finire in manette, o perlomeno una legge sul conflitto di interessi, ma ovviamente di tutto questo non abbiamo visto nulla. Anzi, proprio i massimi sostenitori dell'euro si sono macchiati dei crimini più ignobili: l'ex Presidente del Consiglio Enrico Letta, che si è fatto "finanziare" dalle slot machines e poi gli ha condonato 98 miliardi di euro di evasione fiscale (sì, avete letto bene, 98 miliardi), il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha addirittura ordinato la distruzione di alcune intercettazioni telefoniche che lo riguardavano nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, e infine come non citare l'attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che tra viaggi, assunzioni clientelari e cene pazze si è guadagnato una condanna in primo grado per danno erariale.

Finora quindi abbiamo visto come l'euro non porti crescita economica e come non ci metta al riparo nè dalle crisi finanziarie, nè da una classe politica parassita e criminale, ma anzi le fomenta. E allora questo euro a che serve? Beh, in effetti su una cosa Monti ha ragione: l'euro pone dei vincoli strettissimi all'azione dei nostri politici. Li obbliga al pareggio di bilancio, li obbliga a rispettare il Fiscal Compact, li obbliga ad effettuare tagli alla sanità e all'istruzione, li obbliga a privatizzare e svendere il patrimonio pubblico (per chi non lo sapesse il demanio ha addirittura deciso di mettere all'asta l'isola di Poveglia, a Venezia, come ci racconta questo articolo del Fatto Quotidiano), e così via. Ma a questo punto, una volta che abbiamo preso atto della vera funzione dell'euro, dobbiamo porci una domanda: siamo sicuri che tutte queste misure ci daranno un qualche beneficio?

Ora che perfino la Banca d'Inghilterra si è accorta che le politiche di austerità sono destinate a fallire (ne abbiamo parlato in questo articolo) la risposta è ancora più ovvia: no. Ma se pensate che l'Unione Europea adesso deciderà di redimersi e inizierà a proporre una crescita effettiva dell'economia, che passi per il benessere dei cittadini, allora siete fuori strada. A Bruxelles hanno preparato già diversi pacchi regalo in serbo per noi, ovviamente da scartare dopo le europee del 25 maggio, nella speranza che anche il prossimo Parlamento europeo sia pieno zeppo di servi della finanza. Per chi volesse saperne di più, tra quelli in arrivo i provvedimenti più inquietanti sono tre: il Fondo di Redenzione europeo, l'Unione Bancaria europea e il Trattato Transatlantico (abbiamo parlato qui del primo, qui del secondo e qui del terzo).

Da quanto detto finora si può concludere allora con certezza che l'euro non ha assolutamente impedito il malaffare della politica, nè tantomeno ne ha ridotto i costi. L'unica cosa che è cambiata, per i nostri politici, è il padrone. Se prima, per continuare nei loro loschi affari, ogni tanto i politici erano costretti a dare un contentino al popolo pur di venire rieletti alle seguenti elezioni, ora non ci spetta neppure più quello. Se un politico vuole proseguire nelle sue attività illecite, adesso deve obbedire solo e unicamente all'Europa delle banche e delle multinazionali. Avete presente il tormentone "ce lo chiede l'Europa"?

Più Europa significa meno popolo, mettiamocelo in testa. Siamo in mano ad un'istituzione sovranazionale antidemocratica, in cui tutto è deciso nell'ombra da tecnocrati mai eletti da nessuno e da ben 15.000 lobbisti liberi da ogni regola o vincolo (lo ha denunciato il Fatto Quotidiano in questo articolo). Mentre una volta lo Stato rappresentava quell'istituzione preposta alla tutela dei cittadini, oggi lo Stato si è trasformato in un curatore fallimentare al soldo di Bruxelles, che sfrutta il proprio potere di riscuotere le tasse per garantire lauti profitti ai paperoni della finanza.


La follia e il fondamentalismo europei non si sono fermati davanti alla disperazione e alla miseria di milioni di greci e non si faranno intenerire neppure da noi che siamo le prossime vittime. Non ci restano molte alternative: o ci tiriamo fuori al più presto da questa trappola criminale e ci decidiamo finalmente ad informarci e a partecipare attivamente alla politica, oppure possiamo comodamente tirare a campare aspettando il colpo di grazia. Una cosa è certa: questo 25 maggio conosceremo il nostro destino.

lunedì 5 maggio 2014

Ecco perchè questa Europa non sarà mai una comunità

Il nostro mondo si fonda su solide e indiscutibili certezze, che ne spiegano e ne regolano i meccanismi. Sono i nostri capisaldi, in un certo senso, isole di sicurezza in un oceano di incertezze. Sembra dunque evidente che tendiamo a custodire gelosamente questo genere di conoscenze come verità assolute, che arrivano a giustificare la nostra esistenza e determinati nostri comportamenti.

In particolare in questo articolo vogliamo occuparci di una teoria che ha influito enormemente sulle nostre coscienze e sulla nostra visione del mondo: la teoria dell'evoluzione di Darwin. Nel suo libro del 1859, "L'origine delle specie", il naturalista inglese argomenta la sua teoria, secondo la quale gli individui di una popolazione sono in competizione fra loro per le risorse naturali, e in questa lotta per la sopravvivenza l'ambiente opera una selezione, detta selezione naturale. Con la selezione naturale vengono eliminati gli individui più deboli, cioè quelli che per le loro caratteristiche sono meno adatti a sopravvivere a determinate condizioni ambientali. Questi quindi sono condannati a perire lungo il percorso evolutivo, perchè solo i più forti sopravvivono e trasmettono i loro caratteri ai figli.

Fin da bambini ci hanno insegnato che la teoria di Darwin è la verità assoluta, con colorati disegni sui nostri libri di scienze ci hanno spiegato come i primi microrganismi si siano formati nel brodo primordiale, per poi evolversi in pesci, dai quali sono nati gli anfibi, da questi i rettili, e a seguire uccelli e mammiferi, il tutto giustificato da meccanismi di adattamento all'ambiente e di selezione naturale degli individui più forti. Selezione che ha portato, passando per le scimmie, al suo massimo prodotto: l'uomo, animale tra gli animali, predatore tra i predatori, vincitore supremo e punto di arrivo dell'evoluzione (fino ad ora).


Dunque, non possiamo che chiederci: come mai nessuno ci ha mai detto che la teoria di Darwin non solo non è mai stata dimostrata, ma addirittura esistono alcune importanti prove scientifiche che la confutano? Bisogna ricordare, innanzi tutto, che quando Darwin formulò la sua teoria non era ancora stata scoperta la struttura del Dna, nè Gregor Mendel aveva ancora reso noti i suoi studi sull'ereditarietà dei geni. La teoria dell'evoluzione fonda invece le sue basi sulla teoria dell'evoluzione biologica di Lamarck, che sosteneva che tutti gli organismi fossero il risultato di un processo graduale di modificazione che avveniva sotto la pressione delle condizioni ambientali. Lamarck supponeva che i caratteri acquisiti da un organismo nel corso della sua vita per adattarsi all'ambiente si trasmettessero ai discendenti. Secondo tale teoria ad esempio, le giraffe avevano sviluppato il loro lungo collo in seguito alla necessità di raggiungere i rami più alti degli alberi per cibarsi. L'utilizzo o meno degli arti, come di qualsiasi organo, ne comportava l'esistenza e l'eventuale sviluppo nel lungo periodo. Secondo Lamarck, se fossero stati amputati gli arti superiori ad un individuo, e successivamente alla sua prole, e alla prole della sua prole, per generazioni, ad un certo punto gli individui avrebbero iniziato a nascere senza braccia. 

E' stata scientificamente dimostrata l'infondatezza della teoria Lamarckiana, in quanto è appurato che gli adattamenti conseguiti da un singolo animale nel corso della sua vita non si possono trasmettere ereditariamente. Infatti questi adattamenti non modificano il patrimonio genetico dell'individuo stesso, che sarà poi trasmesso alla progenie così com'è. 

Non possiamo poi tacere che, quando Darwin formulò la sua teoria, veniva ancora scientificamente accettato il fatto che alcuni organismi potessero generarsi spontaneamente dalla materia non vivente, e veniva citato l'esempio dei vermi che apparentemente si auto-generano dalla carne in putrefazione. Successivamente, soprattutto grazie alle scoperte di Pasteur, è stato però dimostrato che è categoricamente impossibile che la materia si auto-generi, e nel caso della carne in putrefazione, la spiegazione è semplicemente che i vermi nascono dalle microscopiche uova che sono state deposte dalle mosche sulla carne. E' stato quindi negato il punto di partenza dell'intera teoria darwiniana, secondo cui la prima microscopica cellula si era auto-generata nel brodo primordiale. 

Non dobbiamo poi dimenticare che persino lo stesso Darwin nutriva forti dubbi sulla sua teoria, dubbi che però sperava sarebbero stati risolti dal progresso scientifico nei decenni successivi. In particolare la disciplina che più di tutte avrebbe potuto contribuire a provare l'effettività della teoria dell'evoluzione è la paleontologia. Infatti, se Darwin avesse avuto ragione, si sarebbero dovuti trovare innumerevoli fossili di specie non più esistenti. Questo chiaramente perchè, ad esempio, si sarebbero dovuti rinvenire i resti di quelle specie che hanno rappresentato l'anello di congiunzione tra pesci e anfibi, tra anfibi e rettili, fino ad arrivare all'anello di congiunzione tra scimmia e uomo, mancante anch'esso. Proviamo a pensare a quante specie a noi sconosciute e non più esistenti, semplici gradini lungo il percorso evolutivo, effettivamente dovrebbe essere possibile rintracciare nei fossili se la teoria di Darwin fosse corretta: un'infinità! Ma nemmeno la paleontologia è riuscita a fornire particolari prove a suffragio della teoria. Da Darwin fino ai giorni nostri sono stati rinvenuti migliaia di fossili, di cui però, a parte quelli dei dinosauri (perchè quindi dovrebbe essere così difficile trovare altrettanti fossili di tutte le ipotetiche altre specie estinte?), la stragrande maggioranza, nonostante risalga a decine o addirittura centinaia di milioni di anni fa, appartiene a specie tuttora esistenti e rimaste praticamente immutate.

Un fossile di gambero di 206 – 144 milioni di anni fa. Non è diverso dai gamberi che vivono oggi.

Non vogliamo entrare nel merito delle alternative all'evoluzionismo, questo articolo non mira a sostenere qualche teoria particolare o a dire che la teoria di Darwin non è plausibile. Vorremmo semplicemente sottolineare che anche quelle che ci vengono spacciate come verità assolute non sono per forza da prendere come tali.  Spesso si commette l'errore di sostenere che chiunque si opponga alla teoria di Darwin, lo fa perchè abbraccia la visione della Chiesa. Perchè dovremmo pensare che siano solo queste due versioni a poter spiegare la nascita della vita sulla Terra? L'unica cosa certa è che, stando ai fatti, la teoria darwiniana e quella della Bibbia hanno lo stesso livello di credibilità, dal momento che la teoria di Darwin oggi non può che essere considerata una semplice ipotesi mai dimostrata, dato che non esiste nessun tipo di prova scientifica a suo favore (ma anzi ne esistono non poche contrarie).

Ma se la teoria di Darwin non è mai stata dimostrata, e anzi nel corso del tempo sono sorti importanti problemi e incongruenze, come mai in nessun libro di testo sono riportati gli aspetti critici legati alla teoria? Come mai non viene dato spazio agli scienziati in disaccordo? Come mai l'evoluzione e la selezione naturale degli individui più forti ci vengono proposte come verità assolute? Per poter rispondere, è sufficiente riflettere sulla società in cui viviamo. Quando Darwin scrisse il suo libro, nel 1859, il contesto di post-rivoluzione industriale ha sicuramente creato un terreno fertile per lo sviluppo della sua teoria, che di certo faceva e continua a fare comodo alle elites. Infatti l'evoluzionismo ha di fatto giustificato il libero mercato, in cui i soggetti economici lottano per la sopravvivenza ed è ritenuto giusto che solo il più forte sopravviva. E' ritenuto giusto che i deboli vengano emarginati e i forti ricoperti di rispetto e ammirazione. E' ritenuto giusto perseguire i propri obiettivi con ogni mezzo, dalla furbizia all'opportunismo, dall'indifferenza all'ingiustizia, perchè si tratta solo di selezione naturale, in fondo. Se io non mangio te, tu mangerai me. Non c'è spazio per pietà, compassione, giustizia, redistribuzione e rispetto. Rimane solo il puro egoismo, la lotta per la sopravvivenza, predatore contro predatore, con ogni mezzo. 


Questo è Darwin. L'uomo è il risultato finale di centinaia di milioni di anni di soprusi, perchè per essere arrivati fino a qui significa che abbiamo sempre vinto, finora, nella lotta per la vita, dove solo il più forte sopravvive a discapito di tutti gli altri. Siamo animali, solo un po' più evoluti, e l'unica cosa che ci rimane da fare in questa vita è lottare per la supremazia sugli altri, che siano uomini o animali. Perchè solo il più forte sopravvive, e quando il debole muore non lo piange nessuno. E' Darwin. 

Se poi a ciò si aggiunge che a tale teoria, nella sua versione propagandistica, viene collegato un messaggio morale ed etico, allora è evidente che siamo di fronte ad una strumentalizzazione bella e buona da parte del sistema per autolegittimarsi agli occhi dell'umanità. Il cosiddetto "neodarwinismo sociale", cioè l'idea che, nell'ambito di un'economia liberal-capitalista, il soggetto forte dovrà avere la meglio sul soggetto debole per garantire un miglioramento delle condizioni della collettività, influenza ancora oggi le politiche internazionali e vediamo ogni giorno le conseguenze terribili a cui ha portato. 

I nostri vicini di casa greci, nella cosiddetta "comunità" che dovrebbe essere l'Unione Europea, sono nella miseria più nera senza che a nessuno importi qualcosa. Il prezzo del profitto, si sa, può essere alto. Ma mai ai danni dei più ricchi e dei più forti, che continuano a considerarci come le loro pedine sacrificabili, deboli e in quanto tali inferiori. E' la selezione naturale, no? No. 



Questa Europa, così com'è, non potrà mai essere una comunità solidale di popoli liberi e uguali. Purtroppo infatti l'Unione Europea rappresenta l'istituzionalizzazione, a livello sovranazionale, proprio della logica evoluzionista darwiniana, in cui ogni sopruso è giustificato e ritenuto necessario: così il Paese più forte schiaccia il più debole, pochissimi individui decidono la sorte di milioni di persone mai consultate e nel frattempo ristrettissime elites finanziarie scommettono e si arricchiscono sul fallimento di intere nazioni (proprio come è accaduto con la Grecia).

Noi non crediamo che una società barbara in cui si pensa solo al profitto personale, fatto a spese altrui, sia l'apice del progresso a cui l'umanità può aspirare. E' ora di abbandonare i vecchi paradigmi in cui ancora cercano di tenerci incatenati, spingendoci all'odio e alla discriminazione, all'opportunismo e alla sopraffazione. Per avere un mondo migliore, dobbiamo prima di tutto avere la forza di immaginarlo.

domenica 4 maggio 2014

Nazismo, USA e UE: ecco cos'hanno in comune

Il nome Edward Bernays vi dice nulla? No? Sicuri? Peccato, perchè è l'uomo che più di ogni altro ha condizionato e ancora oggi continua a condizionare la vita, le abitudini e i più intimi desideri e paure di milioni e milioni di persone. In poche parole si tratta di un pubblicitario.

Nato nel 1891 e morto alla veneranda età di 103 anni nel 1995, Bernays è considerato una delle personalità più influenti del XX secolo dal magazine Life. Il suo più grande merito? Fu tra i primi ad utilizzare, e in seguito a commercializzare, metodi di manipolazione di massa che facevano uso della psicologia del subconscio. Per intenderci, stiamo parlando di quelle tecniche di persuasione che ispirarono, ad esempio, il Ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels.

La filosofia di Bernays è piuttosto semplice e possiamo ricavarla da "Propaganda", la sua opera più celebre e l'unica ad essere stata tradotta in italiano. Secondo Bernays, in sostanza, l'uomo della strada non è dotato di opinioni affidabili e per questo potrebbe votare per la persona sbagliata o desiderare la cosa sbagliata, quindi è necessario guidarlo dall'alto facendo appello al suo subconscio, ovvero ai suoi desideri e alle sue paure più profonde. Quella che aveva in mente Bernays era quindi una nuova forma di dittatura, in cui il vero potere è invisibile e viene esercitato per mezzo della manipolazione delle opinioni e delle abitudini delle masse.

Bernays utilizzò le proprie tecniche manipolatorie in ambiti e campi di applicazione molto diversi tra loro. Ad esempio, il suo primo successo fu quello di convincere gli americani ad entrare nella Prima Guerra Mondiale, scelta verso la quale il popolo inizialmente si dimostrava ostile. A tal fine fu necessaria una massiccia campagna propagandistica che tentò di sfruttare più strumenti possibili, come ad esempio il celebre poster raffigurante lo Zio Sam e la frase "I Want You for US Army", oppure lo slogan "fare del mondo una democrazia più sicura" che è utilizzatissimo ancora oggi.


I risultati della propaganda bellica furono talmente positivi da impressionare perfino il mondo degli affari statunitense, che a guerra finita si vedeva ricco e potente, ma si trovava alle prese con il problema della sovrapproduzione. Se in periodo di guerra la produzione di massa aveva prosperato, ora la gente possedeva talmente tante cose da smettere di comprarne di nuove. Perchè, sembrerà strano, ma fino ad allora i prodotti erano venduti alle masse sulla base di una necessità. Per questo era indispensabile un cambiamento radicale di mentalità, e le multinazionali americane videro proprio in Edward Bernays l'uomo giusto per questo compito.

Fu così che il pubblicitario statunitense iniziò a lavorare per l'industria e la finanza. In questo senso una delle imprese più eclatanti di Bernays fu quando, nel 1929, convinse le donne americane a fumare, nonostante in quegli anni fosse ancora un vero e proprio tabù. In occasione della tradizionale parata di Pasqua, che si tiene ogni anno a New York, Bernays convinse un gruppo di dieci ricche debuttanti femministe a nascondere delle sigarette Lucky Strike sotto la gonna e a fumarle con fare teatrale ad un suo segnale. Ma il grande genio di Bernays fu soprattutto nella coniazione dello slogan:"le torce della libertà", che comparve su tutti i giornali ed ebbe un impatto fenomenale sul pubblico. Bernays aveva creato l'idea che se una donna fumava, ciò l'avrebbe resa più potente e indipendente, un'idea che sopravvive ancora oggi.


Anche se l'idea che fumare rendesse le donne realmente più libere era completamente irrazionale, questo le faceva sentire più indipendenti. Da qui Edward Bernays arrivò a capire che era possibile spingere la gente a comportarsi in modo irrazionale se si collegavano i prodotti ai loro desideri emotivi e ai loro sentimenti. Non si trattava più di "avere bisogno di quel vestito", ma piuttosto di "sentirsi meglio con quel vestito". 

Bernays cominciò a inserire pubblicità occulte nei film, a vestire le stelle alle prime dei film con vestiti e gioielli prodotti da altre ditte che lui rappresentava. Si vantava di essere stato la prima persona a dire ai produttori di automobili che potevano vendere le macchine come simboli della sessualità maschile. Pagava alcuni psicologi per dire che un certo prodotto era una cosa buona per i clienti e poi fingeva che tali informazioni provenissero da ricerche indipendenti. Organizzava sfilate di moda nei grandi magazzini e pagava le celebrità per ripetere il nuovo messaggio essenziale: non si compravano più le cose solo per soddisfare dei bisogni, ma per esprimere agli altri il proprio senso di identità. Era nato il consumismo.

Ma il contributo di Bernays all'umanità non si è esaurito con l'individuazione di tecniche in grado di manipolare le masse per mezzo di desideri inconsci o indotti artificialmente nelle menti dei consumatori. Bernays andò oltre e mise a punto una tecnica che si basa sulla minaccia, sulla paura. Tra i suoi clienti vi era la "United Fruit Company" (l'attuale Chiquita), società che possedeva vaste piantagioni di banane in Guatemala e per decenni aveva controllato il Paese mediante dittatori corrotti. Nel 1953 però fu eletto presidente il colonnello Guzmàn, il quale promise di liberare il Paese dal controllo della United Fruit e annunciò che il governo avrebbe confiscato molte delle terre della compagnia. Si trattò di una mossa molto popolare, ma un disastro per la United Fruit Company, che si rivolse a Bernays per liberarsi di Arbenz.

Bernays comprese che doveva trasformare l'immagine di un governo eletto dal popolo, che stava facendo del bene al Paese, nell'immagine di una Nazione troppo vicina ai confini americani e che rappresentava una minaccia per la democrazia americana. Essendo il periodo della Guerra Fredda, con gli americani già molto sensibili al "pericolo rosso" e a ciò che i comunisti potevano fare, Bernays trasformò brillantemente questa situazione in una minaccia comunista vicino ai propri confini. A tal fine arrivò addirittura a creare una finta agenzia di stampa indipendente, la "Middle America Information Bureau", la quale bombardò il pubblico americano con la notizia che Mosca intendeva usare il Guatemala come testa di ponte per attaccare gli Stati Uniti. In seguito, in collaborazione con la United Fruit, la CIA addestrò e armò un esercito di ribelli e trovò un nuovo leader, il colonnello Armas. L'agente della CIA incaricato di ciò era Howard Hunt, in seguito coinvolto nello Scandalo Watergate, mentre Bernays era riuscito a convincere la popolazione americana a vedere questi fatti come la liberazione del Guatemala da parte di liberi combattenti per la democrazia.



Ma lo studio della storia non deve essere fine a se stesso, dalla storia si deve imparare. Se tale Edward Bernays, con le sue tecniche manipolatorie, ha permesso per tutto il XX secolo che le multinazionali americane, con l'aiuto del governo USA, facessero immensi profitti ai danni dei popoli di quasi tutto il mondo, non possiamo permettere che la stessa cosa accada oggi proprio a noi.

L'Italia in questo momento fa parte dell'Unione Europea, istituzione sovranazionale evidentemente di stampo filo-americano, sia per quanto riguarda lo stile di propaganda che per quanto riguarda la società consumista e l'ideologia economica liberista. Siamo parte di un progetto che fin dai suoi primi passi, per imporre le proprie decisioni ai cittadini, segue alla lettera gli "insegnamenti" di Bernays legati alla manipolazione dell'opinione pubblica. Siamo entrati in guerre assurde per "esportare la democrazia", abbiamo firmato trattati suicidi che vengono chiamati "compiti a casa" per sminuirne la pericolosità e ci siamo addirittura ritrovati ad ascoltare discorsi di nostri politici che tranquillamente spiegavano come la crisi fosse necessaria a costringere i popoli a cedere parti delle loro sovranità:


Ogni singolo passo dell'integrazione comunitaria è avvenuta sopra le nostre teste, perchè "l'uomo della strada è irrazionale e non può sapere cosa è meglio per lui". Una ristrettissima elite, proprio mentre leggi questo articolo, si sta arrogando il diritto di scegliere per te e di convincerti con metodi propagandistici che sia l'unica scelta giusta. Ricordi un solo dibattito pubblico serio aperto sull'euro o su qualsiasi altro tema dell'integrazione comunitaria? Probabilmente no, perchè ogni scelta ci viene presentata a giochi fatti e non può essere messa in discussione.

Allora perchè ancora ci sorprendiamo quando scopriamo che tutte le decisioni prese a Bruxelles vanno a vantaggio della finanza e delle multinazionali ai danni dei popoli? Perchè ancora ci sorprendiamo quando i media ufficiali preferiscono parlarci del divorzio della Marini piuttosto che del Fiscal Compact o del Fondo di Redenzione europeo? (ne abbiamo parlato qui e qui

Finchè non impareremo a distinguere la propaganda dall'informazione, finchè non riusciremo a distinguere un politico o un intellettuale che parla alla nostra razionalità da uno che invece parla alle nostre paure e ai nostri desideri, resteremo schiavi inconsapevoli di questo sistema che tende ad accentrare sempre più potere nelle mani di sempre meno persone, e al quale non servono cittadini liberi e consapevoli, ma solo un gregge di pecore superficiali e disinformate da indirizzare a piacimento.