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mercoledì 25 giugno 2014

Italicum vs Democratellum: ecco la soluzione migliore

L'incontro tanto atteso è finalmente avvenuto, e a sorpresa anche Matteo Renzi ha fatto parte della delegazione PD per discutere di legge elettorale con Di Maio, Toninelli e i capogruppo 5 stelle di Camera e Senato. Il primo firmatario della proposta dei 5 stelle, Danilo Toninelli, ha esposto il disegno di legge votato in rete da più di 150mila persone, che è contraddistinto, in particolare, da un sistema proporzionale corretto e dalle preferenze, anche negative.


Il Presidente del Consiglio fin dall'inizio si è esclusivamente concentrato sul problema governabilità, sostenendo che il cosiddetto Democratellum (che Renzi ha chiamato più volte Toninello o Toninellum nel corso del colloquio) non la garantirebbe. Il sistema proporzionale proposto dal Movimento 5 stelle è corretto dallo sbarramento al 5% a livello locale, ma nel probabile caso in cui la prima forza politica non riuscisse a raggiungere almeno il 50% dei voti, questa dovrebbe proporre alle altre forze politiche, per poter ottenere la fiducia alla Camera e al Senato, un'alleanza su un programma di punti fondamentali da realizzare, alla quale dovrebbero decidere di aderire uno o più degli altri partiti. Se però nessun'altra forza politica decidesse di appoggiare il programma proposto, si dovrebbe per forza di cose tornare al voto.

L'Italicum di Renzi e Berlusconi prevede invece che le forze politiche debbano allearsi prima delle elezioni, formando coalizioni più o meno variegate, e se una coalizione riuscisse a raggiungere al primo turno il 37% dei voti, otterrebbe direttamente il 53% dei seggi. Ciò comporterebbe però che il partito più importante all'interno di una coalizione potrebbe ottenere il 53% dei seggi anche con risultati molto inferiori al 37% dei voti. Per esempio, supponiamo il caso che una coalizione composta dai partiti A, B, C e D riesca a raggiungere al primo turno il 37% dei voti. Con l'Italicum, se A prende il 6%, B il 7% e C il 5%, al partito D basterà il 19% dei voti per ottenere il 53% dei seggi in Parlamento, che tra l'altro sarebbero assegnati esclusivamente al partito D, in quanto la soglia di sbarramento nella proposta di legge di Renzi e Berlusconi è fissata all'8%. In questo caso quindi il premio di maggioranza assegnato al partito D ammonterebbe addirittura al 34%, e il nostro esempio non è affatto un caso limite. Va da sé che tale previsione è senza ombra di dubbio incostituzionale, dato che la Corte di Cassazione ha bocciato il Porcellum proprio a causa di un premio di maggioranza spropositato (oltre che all'assenza delle preferenze), che era comunque inferiore a quello che potrebbe essere assegnato con l'Italicum.

Al problema di incostituzionalità se ne aggiunge anche un altro, intrinseco nel concetto stesso di coalizione. Questa infatti, oltre ad avvantaggiare sensibilmente il partito più grande che ne fa parte, nasce quasi esclusivamente con lo scopo di vincere le elezioni, e lo dimostra il fatto che troppo spesso, all'interno di una coalizione, i partiti non sono accomunati da alcun programma condiviso. Perciò in primo luogo bisogna sottolineare il grande inganno ai danni degli elettori dei partiti più piccoli, che di fatto votano la coalizione nell'illusione di appoggiare un programma, quello del loro partito, che non verrà mai perseguito. In secondo luogo poi, ci rimettono anche gli elettori del partito principale della coalizione, in quanto i suoi alleati, in qualsiasi momento, potranno tranquillamente voltargli le spalle tirandosi fuori dall'alleanza e sfiduciandolo, riuscendo in questo modo a far cadere anche i governi in apparenza più solidi, come spesso è successo in passato, alla faccia della governabilità. 

Il giusto compromesso tra il Democratellum e l'ossessione di Renzi per la governabilità a nostro avviso potrebbe essere quello di adottare il metodo proporzionale corretto al primo turno, e nel caso in cui la forza politica vincente non ottenesse almeno il 50% dei voti dovrebbe essere previsto un ballottaggio con la seconda forza politica risultante. Dove sta la novità? Nel fatto che le coalizioni, per tutte le ragioni indicate sopra, dovrebbero essere rigorosamente vietate. Come avevamo argomentato in questo articolo, secondo noi il metodo ideale sarebbe un metodo proporzionale puro, ma se l'obiettivo è la governabilità, attribuire un premio di maggioranza non spropositato alla singola forza politica che esca vincitrice dal ballottaggio ci sembra l'unico compromesso accettabile. Per il proporzionale puro, che presuppone esclusivamente onestà e completa dedizione all'interesse dei cittadini da parte dei parlamentari, purtroppo c'è ancora molta strada da fare.

Da questo punto di vista, un buon punto di partenza sarebbe certamente l'inserimento, oltre alle normali preferenze, delle preferenze negative, che consisterebbero nella possibilità di segnalare un candidato sgradito. Ciò permetterebbe agli elettori di penalizzare il partito che lo presenta alle elezioni, che si vedrebbe decurtare 1/10 di voto. Come ha spiegato Luigi di Maio a un Renzi molto poco ricettivo, quasi confuso su questo fronte, le preferenze negative costringerebbero di fatto i partiti a selezionare molto meglio i propri candidati, escludendo indagati e condannati per non essere penalizzati dagli elettori. Sarebbe sicuramente un immenso passo avanti nell'opera di miglioramento e pulizia delle istituzioni del nostro Paese, martoriato da corruzione e scandali quasi quotidiani. Renzi si è sostanzialmente limitato a catalogare questa proposta come complicata (ribattezzando la proposta di legge 5 stelle "Complicatellum"), e addirittura ha posticipato la discussione sulle normali preferenze sostenendo che prima di tutto si dovrà risolvere il problema della governabilità. Le preferenze, che per Costituzione devono essere garantite (Art. 48: "Il voto è personale ed eguale, libero e segreto"), secondo il nostro Presidente del Consiglio possono aspettare. 

Ad un certo punto del colloquio, Renzi ha esposto il concetto di democrazia del PD. Passando in rassegna i 3 rappresentanti del suo partito da cui si era fatto accompagnare al colloquio (Speranza, Moretti e Serracchiani), ha ipotizzato che Speranza avrebbe preferito un sistema proporzionale puro, la Moretti un maggioritario, la Serracchiani un maggioritario su base regionale, e lui stesso invece una legge elettorale sul modello utilizzato per i sindaci nelle elezioni amministrative, per eleggere il "sindaco d'Italia". Ovviamente l'Italicum, tra le proposte elencate, riprende casualmente proprio quella per cui Renzi propende. Strana concezione di democrazia, non trovate? Specie se paragonata al processo di formulazione del disegno di legge elettorale del M5S, che ha visto il coinvolgimento di oltre 150mila cittadini. Ma il punto fondamentale da capire al riguardo è un altro. Come ha giustamente fatto notare Toninelli alla fine del colloquio, i sindaci sono semplici amministratori. Per questo motivo non dovrebbero in alcun modo essere paragonati al Presidente del Consiglio, che invece ha un ruolo istituzionale del tutto diverso, dato che "concorre alla definizione dell'indirizzo politico dello Stato in posizione di indipendenza". L'elezione del Presidente del Consiglio dovrebbe quindi essere fatta con metodi molto più rigorosi e rappresentativi della volontà popolare, per via del potere di cui è dotato e delle funzioni che ricopre, che non sono affatto semplici funzioni amministrative, o per lo meno non dovrebbero. E' certamente vero, del resto, che da quando abbiamo rinunciato alla nostra sovranità monetaria, politica ed economica, il governo italiano è sempre più un mero esecutore delle scelte prese a Bruxelles, e di certo questo ben si concilia con l'idea di "sindaco d'Italia" tanto amata da Matteo Renzi.

Insomma, sembra proprio che ci troviamo di fronte ad un bivio. Da un lato abbiamo la possibilità di iniziare a posizionare i primi tasselli verso una nuova democrazia finalmente rappresentativa della volontà popolare e non più drogata da assurdi premi di maggioranza e coalizioni di convenienza. Dall'altro c'è l'Italicum di Renzi, che ufficializzerebbe la trasformazione del Presidente del Consiglio nel "sindaco d'Italia", un mero amministratore che si limita ad eseguire quanto deciso a Bruxelles.

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