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domenica 22 giugno 2014

Quello che i media non ti racconteranno mai sull'Unione Europea

Ormai sono passati oltre 20 anni da quel 7 febbraio del 1992, quando venne firmato il Trattato di Maastricht e nacque così il mercato unico europeo. Da allora esiste l'Unione Europea come la conosciamo oggi, un'istituzione sovranazionale di matrice prettamente capitalista e liberista (se non sai cosa si intende per liberismo clicca qui). Il modello economico scelto dalla neonata Unione Europea era ed è tuttora, quindi, chiaramente ispirato a quello nord-americano e anglosassone, discostandosi invece da quello giapponese. Insomma, a un'economia sociale di mercato si è preferito adottare un approccio individualista tendente alla massimizzazione dei profitti a breve e ad una imponente finanziarizzazione dell'economia.

Non è un caso quindi che proprio negli anni '90 si sia avviato in Italia quel grande processo di privatizzazione che ancora oggi persegue l'intento di eliminare l'intervento pubblico nell'economia. Il primo vero e proprio programma politico in questo senso fu quello promosso dal governo Amato, che diede anche avvio alle privatizzazioni di IRI, ENEL, ENI e INA, trasformandole in società per azioni. Il tutto, ovviamente, giustificato dall'obiettivo di ridurre il debito pubblico (del resto la stessa scusa viene utilizzata oggi da Renzi per giustificare la svendita di un asset pubblico fondamentale come Rai Way, su cui abbiamo espresso qui tutte le nostre preoccupazioni). La definitiva legittimazione e una brusca accelerazione al programma di Amato fu data poi, con il decreto 389 del 27 settembre 1993, da quello che può essere definito il primo governo "tecnico" italiano: il governo Ciampi (governatore della Banca d'Italia dal 1979 al 1993).

Prodi, D'Alema, Veltroni, Visco e Ciampi in occasione dei festeggiamenti per l'ingresso nell'euro.

Ma, a distanza di oltre 20 anni, quali sono stati i risultati di queste manovre economiche indicate da Bruxelles e prontamente eseguite dai vari governi, sia "tecnici" che politici, che si sono susseguiti in tutti questi anni?

Innanzi tutto andiamo a verificare se perlomeno l'obiettivo di ridurre il debito pubblico è stato effettivamente conseguito grazie alle politiche economiche europee. Andando a recuperare i dati ci accorgiamo che però, da questo punto di vista, i risultati ottenuti non sono proprio quelli che ci si aspetterebbe. Da un debito pubblico di 849,92 miliardi di euro nel 1992, siamo passati infatti ai 2.120 miliardi di euro di debito pubblico che pesano attualmente sulle nostre spalle. Insomma, il debito si è quasi triplicato (circa +250%). Appare evidente quindi come la svendita di enti pubblici e le politiche di austerity di stampo tedesco siano del tutto inutili sul piano del miglioramento delle casse statali. Probabilmente già questa considerazione basterebbe a svuotare completamente di significato ogni politica economica e fiscale europea degli ultimi 20 anni, ma proseguiamo imperterriti nel tentativo di trovare un punto a favore di tali manovre.

Andiamo allora a vedere se le ricette di Bruxelles hanno avuto effetti positivi sulla nostra economia in termini di PIL. Secondo gli ultimi dati ISTAT, il valore del PIL italiano nel 2013 è stato pari a 1.560 miliardi di euro, mentre nel 1992 questo si attestava sugli 806 miliardi. Bene! Il PIL è quasi raddoppiato facendo registrare una variazione positiva del +193%. Niente male, non trovate? Si? Beh, allora ci tocca rivalutare incredibilmente tutta quella classe politica "sprecona e corrotta" che ha guidato il nostro Paese nel ventennio precedente, nei "terribili" anni '70 e '80, e dalle grinfie della quale l'Unione Europea ci avrebbe provvidenzialmente salvati. Si dà il caso infatti che nel periodo che va dal '71 al '92 il PIL italiano è passato da 38 miliardi di euro a 806 miliardi di euro, registrando un aumento del +2121%. Circa 10 volte superiore all'aumento registrato tra il 1992 e il 2013.

Prima di proseguire, fermiamoci un secondo a riflettere su quanto scoperto finora. Allora, in primo luogo abbiamo visto che tutte le politiche di contenimento della spesa pubblica e di privatizzazioni selvagge a cui siamo stati costretti negli ultimi 20 anni sono stati perfettamente inutili sul piano della riduzione del debito, che anzi è continuato ad aumentare. In secondo luogo abbiamo visto come queste stesse politiche hanno causato un rallentamento della crescita economica di 10 volte rispetto ai due decenni precedenti. Ma allora a chi conviene l'adozione di manovre tanto dannose?

Un piccolo indizio ce lo fornisce la Banca d'Italia. Il grafico che segue, tratto da questo suo report del 2012, mostra chiaramente come la diseguaglianza della ricchezza in Italia è andata diminuendo proprio fino all'inizio degli anni '90, quando ha cambiato direzione assumendo un trend crescente fino al 2008:


Per capirci, a conclusione di quel processo di concentrazione della ricchezza iniziato nei primi anni '90,  nel 2008 secondo Bankitalia il 10% delle famiglie deteva il 40% della ricchezza nazionale. Ma non è finita qui, perchè in tempi di crisi gli squilibri aumentano, specie se lo Stato non interviene in difesa dei ceti deboli. Ecco allora che sempre secondo un bollettino della Banca d'Italia (riportato in questo articolo del Fatto Quotidiano), nel 2012 il 10% delle famiglie deteneva il 46,6% dell'intera ricchezza nazionale, mentre il 50% delle famiglie deteneva appena il 10% della ricchezza nazionale. E, naturalmente, mentre scriviamo tali squilibri continuano ad accentuarsi.

Siete ancora convinti che il processo d'integrazione europeo sia ispirato a ideali di pace tra i popoli, crescita e sviluppo? Va bene, allora vi diamo qualche altro dato su cui riflettere. Avevamo già anticipato all'inizio dell'articolo come le politiche europee siano ispirate al modello capitalistico e liberista di matrice statunitense e anglosassone. Bene, questi Paesi si trovano decisamente più avanti di noi sul piano delle "riforme", quindi possiamo farci un'idea di quello chi ci aspetta semplicemente andando ad analizzare la loro situazione attuale. Secondo questo articolo dell'Huffingtonpost statunitense, oggi gli Stati Uniti sono il Paese con più squilibri tra le economie avanzate, dato che il 10% della popolazione detiene oltre il 75% della ricchezza nazionale totale. Nel Regno Unito invece il 10% della popolazione detiene il 53,3% della ricchezza mentre un inglese su 3 è sotto il livello di povertà e un milione di bambini soffrono la fame (qui la fonte). Ma il nostro faro non sono solo gli Stati Uniti e il mondo anglosassone. C'è anche il modello tedesco, sinonimo di produttività ed efficienza secondo i nostri media e i nostri politici. Non è invece dello stesso parere l'istituto Diw, che come riporta questo articolo della Stampa, definisce la Germania il Paese con le maggiori disuguaglianze nell'eurozona. Qui il 10% della popolazione detiene il 61,7% della ricchezza, e addirittura il 20% della popolazione non possiede alcun patrimonio. Non ve l'aspettavate, vero?

Purtroppo i media nazionali oggi sono di proprietà di quel 10% che in Italia detiene quasi il 50% della ricchezza nazionale e che grazie alle politiche economiche dell'Unione Europea continua ad arricchirsi sulle spalle del restante 90% della popolazione (qui potete vedere chi sono i proprietari delle principali testate giornalistiche italiane). Allora non dobbiamo stupirci se in TV e sui giornali il 99% delle informazioni che riguardano i modelli economici statunitense, anglosassone e tedesco sono di carattere elogiativo, ai limiti della celebrazione, mentre ogni alternativa di sviluppo viene rigettata con disprezzo. Ma internet è nostro amico, e i dati parlano chiaro. Se non ci decidiamo a prendere in mano il nostro destino, questa gente ce lo scriverà al posto nostro. Anzi, l'hanno già fatto. A voi sta bene così?

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