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martedì 8 luglio 2014

Il fallimento europeo di Renzi

Oggi può dirsi ufficialmente aperto il semestre europeo a guida italiana, con Renzi impegnato al Digital Venice mentre il ministro dell'economia Padoan presiedeva il primo Ecofin della nuova legislatura.

Il Presidente del Consiglio si è dimostrato ancora una volta un abile oratore e, per la gioia dei giornalisti, un infaticabile dispensatore di slogan da prima pagina. "Le idee salveranno l'Europa" è il titolo che si legge in praticamente tutti gli articoli riguardanti il discorso tenuto stamane da Renzi a Venezia, ma ovviamente in nessuno di questi articoli si può leggere cosa si intenda concretamente per "idee" o come le si voglia tentare di implementare. Insomma, in un momento storico in cui tutta l'Europa è impantanata in una crisi economica ed occupazionale di cui non si vede la fine, parlare così vagamente di "idee" che salveranno l'Europa può servire a vendere qualche giornale, forse a tranquillizzare qualcuno, ma in nessun modo potrà risollevare la situazione.

La verità è che l'impatto di Renzi con le istituzioni comunitarie è stato del tutto fallimentare, e questo fin dal primo incontro con la Merkel dello scorso 17 marzo. Prima di diventare Presidente del Consiglio infatti, il 2 gennaio del 2014, Renzi dichiarava apertamente: "Il tetto del rapporto deficit/Pil al 3% è evidente che si può sforare: si tratta di un vincolo anacronistico che risale a 20 anni fa”. Diametralmente opposta è invece la dichiarazione rilasciata appena due mesi dopo dallo stesso Renzi in seguito al confronto con la cancelliera tedesca: "Noi rispettiamo tutti i limiti che ci siamo dati, a partire dai limiti del Trattato di Maastricht. Quindi l'Italia NON chiede di sforare i limiti di Maastricht. L'Italia NON vuole cambiare le regole, dando il messaggio che le regole sono regole cattive."

Dopo questo primo e palese fallimento il governo ha iniziato a giocarsi la carta della "flessibilità". Del resto le importantissime europee di maggio erano alle porte e sempre più cittadini stavano dimostrando palese insofferenza verso i diktat dei tecnocrati di Bruxelles. Così il PD di Renzi si è presentato alle elezioni autoproclamandosi guida del cambiamento in Europa, verso il superamento dell'austerità. Ma nemmeno il tempo di esultare per lo straordinario 40% ottenuto alle cabine elettorali che subito è arrivata la seconda stangata da Bruxelles. Il 2 giugno infatti la Commissione Europea ha pubblicato le raccomandazioni specifiche per l'Italia, dove ci veniva intimato in primo luogo di ridurre il debito e tagliare la spesa pubblica, e in secondo luogo di aumentare il carico fiscale sui consumi e sui beni immobili (quindi più accise, IVA, Imu, Tasi, ecc...). Bel cambiamento.

Ma neppure la Commissione è riuscita a spegnere l'ottimismo del nostro Renzi, che subito ha spostato l'attenzione sull'inizio del semestre europeo a guida italiana. Lì l'Italia avrebbe finalmente potuto far sentire la propria voce e dettare le priorità per l'Unione Europea, affermavano i principali esponenti del PD. E infatti la nuova agenda politica dell'Unione Europea per i prossimi 5 anni, stilata dal Consiglio europeo a fine giugno e firmata anche da Matteo Renzi, esordisce ribadendo che l'austerità sta dando frutti e che bisogna incrementare gli sforzi in tal senso. Meno male.

Ma eccoci finalmente ad oggi, con Renzi che parla delle "idee che salveranno l'Europa" a Venezia e Padoan che illustra il programma economico del semestre europeo all'Ecofin. Per quanto riguarda il discorso di Renzi c'è poco da dire o estrapolare, dato che concetti astratti come "le idee salveranno l'Europa" o "derby ideologico tra austerity e flessibility" poco si prestano ad un'analisi razionale e concreta. Dopo le 3 stangate ricevute da Bruxelles da marzo ad oggi, sembra proprio che il nostro premier inizi a vacillare e a faticare sempre di più nel nascondere i propri fallimenti europei agli occhi dell'opinione pubblica italiana. Del resto anche la strada della flessibilità sembra oggi definitivamente archiviata, con il nostro Padoan che entrando all'Ecofin ha dichiarato: "non c’è nessun disaccordo né tra Renzi e la Merkel, né tra me e Schäuble, anzi noi due abbiamo una ottima relazione visto che abbiamo scritto anche un articolo insieme”. Sulla rigidità della Merkel non ci sembra necessario aggiungere nulla, mentre per quanto riguarda Schäuble si tratta del ministro delle Finanze tedesco, uno dei principali e più agguerriti sostenitori del rigore e dell'austerity. 

Sentir parlare oggi Padoan di piena sintonia con il governo tedesco non può che riportarci alla mente la profonda sintonia di Renzi con Berlusconi. Evidentemente il nostro premier ha ormai fatto sua la massima "se non puoi sconfiggere il nemico, fattelo amico". Dopo aver parlato di superare i vincoli europei, poi di sfruttarli al meglio, poi ancora di flessibilità e di cambiare verso all'Europa, alla fine cosa ci resta? Coloro che avrebbero dovuto salvarci dalla morsa dell'austerity e dal declino economico e sociale ora sono passati dall'altra parte, con la Germania dei rigoristi e delle "riforme strutturali". Insomma, sembra proprio che possiamo metterci l'anima in pace. Anche per i prossimi anni non sentiremo che parlare di non meglio precisate riforme urgenti e necessarie, e di nuove e maggiori tasse e sacrifici. Con buona pace di quel 40% che aveva votato il "cambiamento".

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